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lunedì 7 luglio 2014

I nazisti dell'Illinois, fase 6

Riprendere in mano un blog fermo da un anno e più è operazione rischiosa. Il cervello si anchilosisce, le dita sulla tastiera pure, il mondo è cambiato.
Per evitare il logorio della vita moderna, il ritorno mi vedrà all'opera su una rubrica, I nazisti dell'Illinois, che tanto successo ha avuto sino all'ultima sua incarnazione nel lontano duemilaundici (oOOooh).

Per chi non se lo ricordasse, non lo sapesse o non gliene fregasse, I nazisti dell'Illinois è una rubrica di cinema. Mi è sempre sembrato troppo facile recensire un film dopo averlo visto ("bella forza"), per cui questa rubrica è stata pensata al contrario: recensisco solo film che non ho ancora visto. Anzi no, dato che "ancora" presuppone che prima o poi il film lo vedrò, cosa che non è affatto detta.

Ergo, quest'oggi si ritorna con Edge of Tomorrow, film di fantascienza con Tom Cruise. Sì, lo so, ormai basta dire "film con Tom Cruise" per sottintendere "di fantascienza", ma a me piace la precisione.
Come tutti sanno, Edge of Tomorrow è sostanzialmente Il giorno della marmotta. Che poi no, non è neanche il suo titolo vero, maledetti adattatori italiani. No, Groundhog day non andava bene, doveva per forza essere cambiato in Ricomincio da capo, che sembra un film di Troisi che si è reso conto che cominciare da tre non vale.
In Edge of Tomorrow, Tom Cruise muore e ritorna in vita e rimuore in continuazione. La differenza è che l'immenso Bill Murray, dopo un paio di morti, già non ne può più e fa di tutto per ammazzarsi e spezzare il ciclo. Cruise invece, muore in continuazione provando a non morire: una sorta di rincoglionito tipo il protagonista di Battleship (capolavoro totale globale e assoluto), con più anni sul coppino e meno fattore "cool" (ma giusto un pizzico meno). E senza marmotta, per di più.
Che a un certo punto speri che Cruise muoia per davvero, perché se l'umanità contro i mostri dello spazio sta messa in mani come le sue, tanto vale consegnare le armi direttamente e amen, magari un piatto di zuppa aliena come prigioniero di guerra lo rimedi pure.


mercoledì 7 dicembre 2011

I nazisti dell'Illinois, fase 5


I nazisti dell'Illinois nacque come recensione preventiva di film blockbuster-spaccatimpani-peròammazzacheeffettispeciali che tutti aspettano e osannano prima ancora di aver visto. Ciò non esclude, però, che possa venir usata anche contro (contro, eh, mica per) altri generi di film.

Ecco appunto, generi. Sarà un certo grado di compartimentalizzazione (troppo fica sta parola, so neanche se esiste) del cervello umano, ché uno va a vedere un film perché è un film romantico, in costume, di fantascienza, con le tette di fuori, con Hugh Grant (che è un genere a sé). Poco importa chi l'ha diretto o da che novella è tratto, uno di solito va al cinema a vedere un chick flick, o un film d'azione (questi ultimi di solito si riconoscono dal titolo fatto da due parole, nome e aggettivo, tipo Impatto imminente) o poliziesco-thriller (che invece hanno titoli di tre parole, nome-preposizione-nome, Ipotesi di complotto o Colpevole d'innocenza). Così uno normale legge sul giornale Melancholia - che essendo titolo di una sola parola non può essere né d'azione né thriller - le prime righe delle della cui descrizione sono "il pianeta Melancholia è in rotta di collisione verso la Terra..." e l'appassionato di fantascienza corre direttamente al cinema senza leggere oltre, aspettandosi un bell'Armageddon magari stile retrò, coi razzi di metallo lucido appesi a fili che ballonzolano in un Universo di velluto nero.

Ciò che non sa, l'appassionato di fantascienza, perché non si è preso la briga di leggere la recensione fino in fondo, è che di fantascienza in Melancholia non ce n'è. I protagonisti, durante le due ore del film, sono oppressi dall'ansia del pianeta che è in arrivo ma tanto sto pianeta non si vede mai, non se ne parla mai: l'ansia dei personaggi potrebbe tranquillamente derivare da un dolorino sotto l'orecchio, la rata del mutuo, la figlia che va al ballo della scuola con un tizio noto come "l'inseminatore", la crisi del debito, la recessione, le cavallette. Ci sarà l'incomunicabilità, ci saranno comportamenti "lunatici" nel senso più letterale del termine, ci sarà il fastidio di vivere a cui Lars von Trier - il regista, visto che l'appassionato di fantascienza prima di andare al cinema non si è preso la briga di leggere - ci ha abituati.

Quasi è un peccato che i set non siano disegnati col gesso per terra come in Dogville, sempre di von Trier. In confronto, quella sì che era fantascienza.

giovedì 21 luglio 2011

I nazisti dell'Illinois, fase 4


A grande richiesta nazional-popolare torna la nostra rubrica I nazisti dell'Illinois, dedicata alla recensione di film che non ho visto. Il film di oggi tanto nazional-popolare non è, e devo essere sincero, un po' mi piange il cuore, perché se un film finisce su I nazisti dell'Illinois, una recensione positiva non è probabile. Dicevo, il film di oggi è The tree of life, di Terrence Malick.

Sostanzialmente The tree of life è la storia di una famiglia americana, nascite, amori, lutti. Babbo cattivo e mamma buona. Praticamente una telenovela, solo che Dallas passa per robaccia e The tree of life per capolavoro. Perché? Semplice. La voce off.

La voce off per un cinematografaro è come l'edera per un architetto. Fa figo e non impegna, cela la magagna, e innalza di due tacche il tono. In realtà c'è anche un'altra cosa che copre le magagne per un cinematografaro, cioè le tette. Così almeno dicono. Io personalmente ritengo che se un film non ha tette né astronavi non valga la pena di esser visto, ma that's just me. Chissà se ci sono tette in questo film. O astronavi. Non avendolo visto, non saprei. Certo che però, essendoci in The tree of life dinosauri, supernovae, il big bang, non mi sorprenderebbe affatto ci fosse anche qualche astronave. Al limite anche qualche tetta. Ma whatever.

The tree of life è un discorso allegorico panuniversale sul rapporto uomo-natura, sul cosmo, su fato, destino e libertà individuale, sull'Esistenza e il Singolo, Possibilità, Angoscia e Disperazione, Alfa e Omega, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri e Picchi, Harpo, Chico e Zeppo (Groucho compare solo nel prefinale), An, Ghin, Gò, tre civette sul comò. Ed è proprio alle tre civette sul comò che è dedicata la sequenza più emozionante e magistrale, quando su un fondale completamente nero, anche l'audio si azzera, il film si ferma, e anche il proiezionista va a farsi una canna nel vicolo dietro il cinema.

The tree of life è la risposta alla domanda: "Quanta corda posso tirare, prima che la corda si spezzi e anche l'ultimo dei critici si chieda «ma che cacchio era quello?»"

Un consiglio personale a Malick, e a qualunque altro si voglia cimentare nella settima arte. Non fate dire mai, MAI, a nessun personaggio dei vostri film la domanda: "Ti fidi di me?" Noi ci siamo fidati di Lost, in cui la dicevano tre volte a puntata, e guarda dove ce la siamo presa. No, Terrence, non ci fidiamo.

giovedì 13 gennaio 2011

I nazisti dell'Illinois, fase 3


Questa puntata dei nazisti dell'Illinois, la rubrica nella quale recensisco i film che non ho visto, nasce dalla visione del box-office italiano di questa settimana. Se andate in qualsiasi sito di cinema, troverete un oggetto alieno che ha incassato 19 milioni di euro, staccando il secondo fermo a 4. Un così grande distacco significa che il vincitore è un film epocale, uno di quelli di cui si parla da anni, magari uno di Kubrick (damn, è morto), o un mega-effettone-speciale di Michael Bay (damn, non è morto).

Niente di tutto ciò. È Che bella giornata, regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone.

Per sapere chi diavolo fosse Checco Zalone sono dovuto andare su Wikipedia: mi aspettavo un figlio delle scuole di cinema italiane, magari un attore navigato ma esploso tardi (come, chessò, Toni Servillo), o uno spettacolare esordiente (tipo Alba Rohrwacher).

Lette due parole ho capito. E ho pianto.
Le due parole erano "Zelig" e "sgrammaticato".

"Checco Zalone" pare sia un gioco di parole in dialetto barese: "che cozzalone" significherebbe "che tamarro".

Vediamo un po'. Un comico di Zelig, dalla forte caratterizzazione dialettale del sud, che parla in italiano sgrammaticato. Uau, credo che sia una cosa nuova.

Il film, "Che bella giornata" (pure il titolo è innovativo), parla ovviamente di uno del Sud che lavora a Nord. Perché non è che al Sud il lavoro scarseggia, no, non c'è proprio: uffici deserti, pompe di benzina solo self, negozi vuoti.
Magari fa un lavoretto e sogna il posto fisso, tipo statale? E magari si innamora pure di una bellissima ragazza? Che, proprio per non farci mancare niente, è un'araba che vuole far saltare in aria qualche infedele. Tutte cose mai viste, di un'originalità che spacca.
E vuoi che Checco, novello Candide, non abbocchi all'amo della bella araba? Perché il protagonista è ingenuo, buono, vede solo il positivo nelle persone. E vuoi che la bella araba, vista la bontà e la dedizione di Checco, non si converta all'istante e decida di non far saltare in aria un bel niente? Tanto, da dove viene lei non ci sono terroristi che tengono sotto scacco la sua famiglia, minacciando di ucciderli se lei non si fa saltare in aria. Noooo, i terroristi, anche loro, sono così ingenui!
In mezzo, 2 ore di italiano sgrammaticato, battute dialettali, il tontolone che non passa gli esami da carabiniere perché dice sciocchezze (come se bisognasse essere Einstein per fare il caramba) e tanti buoni sentimenti.

Signori, la televisione sul grande schermo: benvenuti alla morte del cinema.

venerdì 5 febbraio 2010

I nazisti dell'Illinois, fase 2


Quando sono andato in Giappone, alcuni mesi fa, sono voluto a tutti i costi andare a visitare la statua di Hachiko. Per chi non lo sapesse, Hachiko era un cane che, nel Giappone tra le due guerre, divenne famoso perché andò tutti i giorni, per anni, ad aspettare alla stazione il padrone che ritornava dal lavoro in treno, e continuò anche dopo che costui morì mentre era al lavoro. In Giappone Hachiko è una celebrità, tanto che appunto c'è una statua di questo cane nel posto probabilmente più trafficato al mondo, vale a dire Shibuya Crossing.

Una storia, quella di Hachiko, profondamente giapponese, che difficilmente può essere compresa dal mondo occidentale; una storia che come saprete è la base per un film americano recentissimo, Hachiko, appunto, che andrò a recensire oggi, ovviamente non avendolo visto. In realtà I nazisti dell'Illinois di oggi è doppio: i giapponesi fecero negli anni '80 una loro versione della storia, Hachiko monogatari, che non ho visto e per questo la userò come pietra di paragone per la versione hollywoodiana.

Partiamo con Hachiko monogatari: un film breve, dai tempi comunque dilatati, in cui il cane è protagonista e insieme comprimario. La mancanza del padrone è la vera protagonista, e il cane le dà solo forma, insieme alla povera Tokyo devastata dal terremoto del '23.

Hachiko di Lasse Hallstrom, invece, è un filmone hollywoodiano da decine di milioni di dollari (spero la maggior parte spesi in addestratori e Ciappi), musiche strappacuore in dolby surround, che utilizza non meno di 45 cani diversi per la parte di Hachiko e sposta l'azione dalla Tokyo degli anni '20 a una qualche megalopoli americana odierna, col risultato che invece della storia di un cane fedele oltre la morte, ciò che va in scena è quanto incredibilmente idiota sia quel quadrupede canino che per 10 anni non capisce quello che avrebbe dovuto capire in 10 giorni: il tuo padrone è schiattato e non tornerà più, meglio che segui quella cagna che hai visto sulla 57esima che secondo me è una che ci sta. Al cinema al posto degli occhialetti 3d ti danno direttamente una scatola di kleenex, perché a sto film DEVI piangere, anche per via di una sceneggiatura ridicola da un soggetto che, adatto a un'ora di film giapponese, trasportato a Hollywood non regge 15 minuti.

L'unica cosa che mi dà da pensare è la presenza di Richard Gere. Logica vorrebbe che sua fosse la parte principale, quella del padrone di Hachiko; se così fosse, visto che il padrone muore subito, Gere uscirebbe di scena e il film diverrebbe quasi vedibile. Siccome non credo che questo sia possibile, rimango col dubbio sul personaggio di Gere e mi vado a vedere Lost.

lunedì 25 gennaio 2010

I nazisti dell'Illinois, fase 1


Inauguriamo oggi una rubrica della quale so che sentivate la mancanza. La rubrica sarà una recensione cinematografica di film che non ho visto, una sorta di processo alle intenzioni, che può essere letta sia in chiave cinematografica, appunto (sto film non l'ho visto ma tanto si sa come funziona), sia in chiave giornalistica (sto film non l'ho visto, su internet ne parlano a catena, magari dicono un mucchio di stronzate).

La chiameremo I nazisti dell'Illinois, in un duplice omaggio sia a The blues brothers, film che non si può non aver visto, sia al bellissimo scambio di battute in House, M.D., puntata 1x05 "Damned if you do":

House: «Tu odi le suore. E non si odia chi non si conosce.»
Chase: «Conosco dei nazisti? No, ma li odio lo stesso.»


Cominciamo dunque col recensire, inevitabilmente, Avatar.
Iniziamo subito col dire che il 3D non serve a niente, peggio, serve a qualcosa: a far stare la gente con la bocca aperta dimenticandosi così della banalità della trama. Sì perché la trama è quanto di più elementare si possa scrivere: i cattivi sono cattivi perché sono tecnologici, armati, i buoni sono buoni perché amano la natura e la rispettano, il cattivo si infiltra tra i buoni e diventa buono, combatte i cattivi e, contro tutte le probabilità, vince.
La ragione di essere del film, si dice, è negli effetti speciali. Lasciando da parte il 3D, c'è tutto il mondo alieno, gli animali, le piante e gli stessi Na'vi, creati al computer. Sinceramente quel poco che ho visto non mi ha fatto gridare al miracolo: il fotorealismo è ancora lontano. Una cosa che proprio non mi va giù è che ancora insistono per usare il motion capture da attori reali per animare i personaggi digitali. È un barare, è un prendere la strada più semplice: finché non sarà il computer stesso a generare movimenti realistici, invece di importare i movimenti di veri attori, gli effetti speciali non saranno altro che un colpo di vernice sullo schermo.
Come tutti i registi Cameron fa sempre lo stesso film: la tecnologia che soccombe di fronte alla potenza della natura (i marines di Aliens, supertecnologici e superaccessoriati, soccombono di fronte ai selvaggi alieni che squartano e sventrano a mani nude; l'inaffondabile Titanic viene affondato da un iceberg; The abyss sembra uscire da questo schema solo se non avete visto il Director's cut), quindi non mi aspetto nessuna variazione.
Unico punto a favore, che varrebbe da solo il prezzo del biglietto: Sigourney Weaver che fuma una sigaretta. Alla faccia dei deficienti che boicottano Avatar perché insegna valori negativi. Non perché ci sono i marines che vogliono sterminare un popolo, no: perché un personaggio fuma. Ridicolo come solo gli americani possono essere.