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giovedì 23 agosto 2012

L'arte del caffè


I tedeschi, si sa, amano l'arte, le cose belle e il buon mangiare, sebbene siano totalmente incapaci di distinguerle. Per i tedeschi le cose belle sono quelle che altri tedeschi hanno detto esser belle, che hanno sentito da altri tedeschi ecc ecc... Il loro gusto si basa sul passaparola, in buona sostanza. Non si capirebbe perché migliaia di tedeschi si accalchino sulle rive del Lago di Garda, soprattutto in due o tre località (Limone, Riva). Per carità, bello il Lago di Garda, ma per il tedesco sembra esistere solo quello. Quando abitavo ancora a Monaco, ricordo che il servizio infotraffico di radio Antenne Bayern avvertiva di code al Brennero "richtung Gardasee", "direzione Lago di Garda": mica "direzione Italia", no, "direzione Lago di Garda".
In questo quadro, l'arte per il tedesco si limita a quelle 3-4 cose che conoscono tutti: Mozart, Leonardo da Vinci, Picasso. Per quanto riguarda il cibo, poi, per il tedesco è buono tutto quello che porta scritto "buono" sopra. Al supermercato prendevo spesso roba di marca "Gut und günstig" (buono ed economico), che erano sì günstig, ma non sempre gut. O anche qualsiasi cosa che sappia vagamente d'Italia, per il tedesco è buono: come spesso accade anche in altri Paesi del mondo (e viceversa, in Italia con la cucina estera), il cibo in questione ha soltanto una vaga somiglianza con quello originale. Il caffè ad esempio: da qualche parte nel medioevo un tedesco deve aver saputo che in Italia si produceva una bevanda esotica inebriante dal gusto meraviglioso e deve aver provato a riprodurla. Senza successo, stando alla bevanda che si ritrovano ora, ma per loro era una bevanda "italiana" e quindi hanno deciso fosse buona. E le decisioni prese, anche quattrocento anni fa, non si cambiano: i tedeschi amano la coerenza.
In ogni caso, venendo al quid, forse c'è ancora speranza. Piuttosto che berle, alcuni tedeschi hanno usato delle tazze di caffè con più o meno latte per un compito più sensato: comporre un'opera d'arte. In questo caso ancora la solita Monna Lisa, ma attendiamo con ansia che qualche tedesco si accorga dell'esistenza di altri dipinti nel mondo, e trasmettere questa conoscenza all'intera sua specie. Va già bene che non l'abbiano bevuta, quella brodaglia.

lunedì 27 giugno 2011

Mio personalissimo cartellino


Nell'angolo sinistro: Cinema in Piazza a Bologna (Cinema Ritrovato e Sotto le stelle del cinema). Film restaurati e grandi classici, in originale con sottotitoli, costo zero, puoi portare mangiare e bere.

Nell'angolo destro: Kino am Olympiasee a Monaco: film ultime uscite, doppiati in tedesco, 6€, puoi solo portare da mangiare (il bere lo devi comprare lì).

Mi spiace ma, almeno sull'offerta cinematografica estiva all'aperto, Bologna batte Monaco 4-0.

martedì 31 maggio 2011

Kranken movie


Prima o poi deve capitare, se non hai vent'anni e un fisico della madonna. No, non di farti ridere dietro tentando un rimorchio al bar, ma di dover andare dal dottore.

(musica ominosa, che non so se esiste come termine ma mi piace, immaginate la Sarabande di G.F. Händel - la musica di Paolo Migone di Zelig per gli ignoranti - o la sigla di Blob, o magari anche lo zanzanzan dello Squalo)

Immaginate di dover andare da un dottore tedesco (l'unica musica che mi viene in mente qui è la cavalcata delle Valchirie). L'unica possibilità per sopravvivere è cercare un medico che non sia troppo tedesco. Cosa voglia dire "troppo tedesco" non lo so, non c'è un criterio preciso. Sperabilmente uno che non ti apra lo stomaco con un coltello da Schweinshaxe o che non apra per sbaglio la cannula dello Zyklon B al posto dell'anestetico. (musica da documentario sui lager, tipo il pianoforte ossessivo della Corazzata Potyomkin citata da Fantozzi)

A questo punto ti imbatti nel singolare sito Pagine italiane in Baviera e tiri un sospirone. Alla sezione ortopedia - ché non avrò (più) vent'anni e non avrò (mai avuto) un fisico della madonna però almeno mi sono scassato facendo sport, non per il Parkinson - trovi 5 scelte 5. Tutti nomi tedeschi, ma se sono nelle pagine italiane ci sarà un perché. Ad esempio c'è il laureato a Roma, quello a Pisa, c'è perfino il medico sociale del Bayern (sennò Luca Toni come faceva?). Il sito di quest'ultimo - il medico, non Luca Toni - dal nome piuttosto imbarazzante di drpeter.de, con le foto delle sue assistenti fotomodelle e quella di lui medesimo, vitellone quarantenne dalla zazzera anni '70, mi ispirano zero fiducia. Sembra più la copertura per una casa di produzione di porno-soft. (qui parte l'organo elettrico di Gola Profonda)

All'ambulatorio del dottore laureato all'università di Pisa trovo ad accogliermi una simpatica assistente toscana, la copia sputata di Giorgio Ariani (musica scanzonata tipo Pierino torna a scuola) che inizia ad attaccare in giro per lo studio le fotocopie dei quesiti referendari italiani con la crocetta sul "sì" ben in evidenza (e qui parte "El pueblo unido"). "Sa, 'hosì 'huando 'hua arrivano gl'ithaliani, e mi 'hiedono "ma 'home si votha?", guardano 'hui e 'hapis'hono. 'Un so mi'ha se si ph'uò fare, ma a me 'hhe mi frega, 'huesta è 'hasa mia e fo 'home mi ph'are". (musica di un qualunque film di Pieraccioni o Panariello)

Per il resto, niente di che. In pratica se hai l'assicurazione sanitaria paghi 10 euro per la visita e per il resto ci pensa la mutua. Inserisci la tua tessera dell'assicurazione in un aggeggino tipo bancomat, sganci "diesci euri", come diceva l'assistente, e via dal dottore. Visita, lastre, diagnosi, prescrizione terapie, tutto velocemente, sin troppo. (metterei la musica di Speedy Gonzales ma è troppo poco tedesco. Magari la musica di Lola corre, ma è troppo poco conosciuta. Quasi quasi non metto nessuna musica, effetto film muto accelerato)

(Dissolvenza in nero)

Come dissolvenza in nero? E il finale, col disvelamento della patologia dell'eroe?

Non c'è. Me lo tengo per il sequel.

(titoli di coda)

venerdì 20 maggio 2011

Il mare in Baviera


C'è aria di mare oggi in Baviera. Sssì, lo so che il mare in Baviera non c'è, anche se hanno questo meraviglioso concetto esplicato dalla parola "See": al maschile vuol dire "lago", al femminile "mare", così uno può anche sognare.

Non so perché mi viene da dire che c'è aria di mare. Non è particolarmente caldo, anzi, dopo la tempesta di lampi di ieri sera (e conseguente scrollone di temporale) si è fatto piacevolmente fresco. Il sole però è tornato a splendere fiero, avete presente quelle giornate limpide, con quella luce così piena che gli oggetti sembrano incisi, più "veri", più tridimensionali? Ecco, oggi è una di quelle giornate. Saranno le tedesche in bicicletta in canotta e pantaloncini (mentre io giro ancora in felpa), sarà un vago odore di crema solare nell'aria, sarà l'odore lasciato dal temporale, sarà radio Antenne Bayern che giusto quest'oggi mi ha accompagnato con musica anni '80 che mi ha riportato alle estati passate da bambino sulle spiagge marchigiane, ma oggi una giornata di mare me la farei volentieri.

È vero, ho sempre detto di detestare il mare. Confesso, non è del tutto vero. Odio il mare per quel che rappresenta in termini di affollamento estivo, cafonaggine, urla, casino. Odio il mare d'estate. Gli altri nove mesi dell'anno il mare è bellissimo.

martedì 3 maggio 2011

Una ragione c'è sempre


C'era un'unica cosa che mi sfuggiva, in tutta questa cosa della Germania e di Monaco.

Ora credo di aver capito perché quel parcheggio è sempre libero.

giovedì 7 aprile 2011

Frühling in München


Sono giornate come queste in cui capisci veramente che hai bisogno del loro opposto per apprezzarle veramente. L'inverno bavarese ti opprime così tanto che la primavera, data quasi per scontata quando ero in Italia, oggi mi appare come una rivelazione.

Credo che ogni posto in cui viviamo o abbiamo vissuto abbia una "sua nostra stagione preferita": a Bologna per me era l'autunno, a casa dei miei forse l'estate, più per i ricordi d'infanzia - giornate intere passate sul dondolo in terrazzo a leggere e a godere della luce e della fine della scuola. Qui a Monaco è la primavera, senza dubbio.

martedì 5 aprile 2011

There's no life before Eiskaffee (grande)


In una gelateria di Bad Tölz, sabato scorso.

Sono quasi tentato di cambiare il nome della testata.

lunedì 21 marzo 2011

Reazione alla reazione


Oh mein Gott.

Ho appena scoperto che qui nel campus dove lavoro c'è un reattore nucleare. Neanche di ultima generazione, anzi, è entrato in funzione del 1957. È usato per la ricerca, non credo per la produzione di energia, ma stigrandissimicazzi.
"Ah, lo sai vero che il nostro ufficio è nella zona rossa nel caso dovesse succedere qualcosa al reattore nucleare del campus?"
E quei buontemponi della città di Garching l'hanno persino posto sullo stemma comunale.

Cervello in rientro in Italia, anche gratis.

lunedì 14 marzo 2011

È un mondo alla rovescia


Questa qui sopra è l'immagine che può definitivamente far capire come sono i tedeschi. Invece di porre la parte seghettata sul corpo rigido della scatola porta-pellicola trasparente, loro lo mettono sul coperchio. Ma come cazzo si fa.

mercoledì 9 marzo 2011

Fahren Sie die Autobahn?


L'italiano medio, quando pensa alla Germania, pensa sostanzialmente a tre cose:

  1. I nazisti;
  2. le Autobahnen;
  3. la gnocca.
Per quel che riguarda i nazisti, è bene sapere che i tedeschi vivono ancora come un trauma questa parte della loro storia, quindi non è davvero il caso di nominarla di fronte a uno di loro (a meno che non sia solo, più piccolo di voi e vi stia veramente sulle palle). Per quel che riguarda la gnocca, ne parlerò diffusamente in futuro, per ora sappiate che nello stereotipo c'è del vero e c'è del falso.

Le autostrade tedesche sono conosciute e mitizzate in tutto il mondo per due motivi fondamentali:
  1. sono gratis;
  2. non hanno limiti di velocità.
Per la prima, non c'è che dire: niente caselli, niente vignette, niente di niente. Le Autobahnen non si costruiscono né si aggiustano da sole, comunque, quindi da qualche parte i soldi dovranno pur trovarli. Presto detto: le tasse. Hai una macchina? Non ce l'hai? Ce l'hai ma non vai mai nell'Autobahn? Sticazzi, dice il legislatore tedesco. Fuori la pecunia.
Gli stranieri, che ovviamente le tasse le pagano - o non le pagano, ma questo è un altro discorso - nel loro Paese, sentitamente ringraziano. I tedeschi un po' meno, ma niente di drammatico.

Per quanto concerne i limiti. Le autostrade tedesche, di base, non hanno limiti di velocità, ma per quasi la metà del loro intero percorso (circa 6000 km su 12000) hanno in realtà un limite, il più delle volte completamente senza senso. Alcune volte è 120 km/h; spesso è 100; talvolta, in corrispondenza non si sa bene di che, perfino 80.

Capirete anche voi che tutto questo è molto pericoloso. Alcuni pensano che la pericolosità di tutto questo sia insita nelle parti senza limiti; altri, molti di più, ritengono che siano le parti con i limiti le più pericolose. Per dirimere la questione bisogna considerare fattori sociali, psicologici, fisici.

  • Fattore sociale: l'automobilista tedesco medio è maraglio. Non appena il timido sole bavarese si affaccia sulla città, il maraglio sfodera camicetta aperta sul petto, BMW Z4 elaborata decappottabile aperta, braccio fuori dal finestrino e heavy metal a palla. Tale personaggio, aspirando alla maraglità assoluta, sorvolerà le Autobahnen a velocità poco meno che relativistiche, gareggiando con altri maragli come lui e rendendo de facto inutilizzabili per tutti gli altri le due corsie autostradali più a sinistra.
  • Fattore psicologico, strettamente correlato al fattore sociale: il tedesco medio, non necessariamente automobilista, è frustrato sin dalla nascita. Nella terra del verboten, al tedesco è proibito quasi tutto quello che piace (con la reiterata scusa che è immorale, fa ingrassare, o contribuisce allo sterminio degli ebrei). Quello che in Italia, nonostante sia formalmente vietato, in realtà è solo blandamente sconsigliato (e infatti per rimediare abbiamo inventato il meraviglioso assolutamente vietato, che affascina e perplime il resto del mondo), per il tedesco è vietato. "Vietato calpestare le aiuole", "pista ciclabile", "lo sfruttamento della prostituzione minorile è un reato punibile con la reclusione da 6 a 12 anni" sono cose che in Italia fanno sorridere, ma qua vengono prese terribilmente sul serio. Tutto questo per dire che l'assenza dei limiti di velocità sulle autostrade, nonostante abbia un'origine assolutamente prosaica (la forte pressione lobbistica delle Case automobilistiche tedesche), al tedesco medio deve sembrare un dono quasi divino, da accettare e usare nella grazia del Signore per completare i 580 km tra Monaco e Berlino in meno di 3 ore.
  • Fattore fisico: l'automobilista medio, non necessariamente tedesco, più va veloce più fa danni. Per comprendere questo apparentemente semplice enunciato, bisogna sapere che l'energia cinetica è il lavoro che si deve compiere su un corpo di massa m, inizialmente fermo, per portarlo ad una certa velocità v. Ma è anche il viceversa: è il lavoro che un corpo di massa m, in moto a velocità v, deve compiere su qualcos'altro per fermarsi. La cosa importante da sapere (e che di solito sfugge a automobilisti e non, tedeschi e non) è che l'energia cinetica dipende linearmente dalla massa, ma quadraticamente dalla velocità. Sostanzialmente, se io con la mia 207 (m1=1400 kg) a v1=130 km/h mi schianto faccio danno 1, ma se si schianta uno col Cayenne (m2=2300 kg= 1.6 m1) a v2=200 km/h=1.5 v1 fa danno 1.6*1.5^2 = 3.6 volte maggiore.
In soldoni, i tedeschi sono portati a correre come disperati per far fronte a tutta una serie di inadeguatezze, le leggi dello stato glielo permettono per evitare di avere un esercito di frustrati ad assaltare il Reichstag, le leggi della fisica sono lievemente meno permissive e curano le inadeguatezze del tedesco con gravi lesioni e talvolta la morte.

lunedì 14 febbraio 2011

I panni sporchi si lavano in casa


Uno dei metodi più efficaci per farsi un'idea di un popolo è quello di studiare il loro concetto di privacy. Non necessariamente si riesce dire cosa è meglio e cosa è peggio, forse perché un meglio e un peggio non ci sono, o forse perché gli estremi della scala sono entrambi peggio e l'ideale sarebbe una via di mezzo. Come in ogni buona analisi che si rispetti, l'analisi fornita si basa sull'osservazione di un solo caso, il mio, ed è quindi molto più che sufficiente per una statistica globale, assoluta e omnicomprensiva.

I tedeschi non hanno privacy. O meglio, non hanno niente da nascondere. L'ultima volta che han provato a nascondere qualcosa - i campi di sterminio - non è andata a finire bene.

Non si spiegherebbe, altrimenti, l'alta concentrazione di nudisti nei parchi cittadini, roba che in Italia non si verrebbe denunciati per oltraggio al pudore semplicemente perché a nessuno verrebbe in mente di prendere il sole come mammà l'ha fatto ai giardini Margherita o a Villa Borghese.

Non si spiegherebbe, soprattutto, la predilezione dei tedeschi per la lavatrice condominiale. Sarò io antico o troppo italiano, ma la lavatrice condominiale è orrore e ribrezzo. A parte l'assurda usanza di far pagare 2 euro per ogni lavaggio (ma si sa, è consuetudine tedesca far pagare qualsiasi cosa almeno il quadruplo del suo valore), condividere un'unica lavatrice con quasi 50 appartamenti fa sinceramente schifo. Fa ancora più schifo togliere i panni di qualcun altro dalla lavatrice per mettere i propri: buona norma, dicono, è tenere la canestra vuota sotto la lavatrice per permettere a chi arriva poi di togliere i tuoi panni e mettere i suoi. Schifo sommo.

Senza contare poi che un posto così ristretto per così tante persone non può che tirar fuori il peggio: dalla tipa che schiaffa 10 monetine per volta "prenotando" la lavatrice per una giornata intera e bloccandone l'uso a tutti gli altri, al maniaco che ruba le mutandine femminili dall'altrui bucato. Come se non bastasse, la lavatrice non va a monete normali, no! Sarebbe troppo semplice. Per usarla c'è bisogno di gettoni speciali da richiedere all'hausmeister, figura indefinibile a metà strada tra un amministratore di condominio, un portinaio e un custode. Metti una banconota in una busta, la metti nella buchetta dell'hausmeister e il giorno dopo nella tua buchetta c'è l'equivalente in gettoni della banconota. Non è un sistema farraginoso: è peggio. È stupido.
Così, in soldoni, per lavare i panni uno deve accertarsi 1- di avere gettoni, 2- che la lavatrice sia libera. E così succede che il bucato di oggi viene pronto dopodomani, e nel frattempo l'ultima mutanda che hai inizia a far la muffa. Ma visto che, in Germania, tutto è pubblico, la puzza proveniente dal tedesco medio è pubblica anch'essa, con grande stizza dell'italiano che fa prima a lavarsi tutto a mano nella vasca.

lunedì 31 gennaio 2011

(In)tolerance: weather's struggle throughout the ages


Potrebbero sorgere molte domande sulla salute e il fisico dei tedeschi. Alcune risposte potrebbero non essere piacevoli, altre potrebbero essere stupide e insoddisfacenti, ma guardandoli si ha decisamente l'impressione che siano fatti di una pasta diversa rispetto ai popoli latini. Non si spiegherebbe, altrimenti, come riescano ad andare in bici in pantaloncini corti o camminare in maniche di camicia arrotolate con temperature per le quali io non uscirei di casa tout court, neanche se un terremoto mi stesse facendo crollare la casa. Ma la Germania non è zona sismica quindi non è pertinente.

Non volendo addurre le motivazioni poco piacevoli (non perché non veritiere, anzi, forse proprio perché lo sono), propendiamo decisamente per le stupide.

Il tedesco nasce e cresce in una landa ostile, dove qualsiasi altro popolo non dico evoluto, ma almeno fornito di buon gusto, non avrebbe neanche mai pensato di stabilirsi ma sarebbe fuggito a gambe levate.
La storia dell'umanità racconta che le civilizzazioni più antiche sono sorte in posti caldi, e via via le più recenti in posti sempre più freddi: la culla dell'umanità è nella valle del Rift, in Africa; poi abbiamo gli Egizi, e in un preclaro trend Sud-Nord i Greci, i Romani, i Sassoni, gli Angli, i Vichinghi. Estrapolando, azzardo che la prossima civiltà emergente sarà quella degli orsi polari. La postura eretta già ce l'hanno.

Questa potrebbe essere perfino una prova del riscaldamento globale. Ogni migliaio di generazioni quelli dotati di sale in zucca emigrano un po' a Nord, asfissiati dall'afa crescente, e creano una nuova civilizzazione in qualche posto dove possano gustarsi una granita prima che il sole la tramuti in banalissimo sciroppo alla fragola.
Il tedesco, dicevo, molto probabilmente ha semplicemente precorso un po' i tempi: magari prima di approdare in Europa centrale se ne stava tranquillo, chessò, nei Balcani o in Padana, ha incocciato un paio di estati più calde del solito, il ventilatore non funzionava e ha deciso di partire col suo popolo verso il profondo Nord. Invece di aspettare il migliaio di generazioni ne ha aspettate una trentina, giunge in Baviera in estate e pensa di aver trovato il paradiso.

Ma poi arriva l'inverno.

Le prime generazioni devono aver sofferto. Ma poi si abituarono, come ci si abitua un po' a tutto, anche a esser chiamati "coglioni", "più bella che intelligente", "toghe rosse politicizzate" e via dicendo. Si adattarono anche fisicamente, corpi longilinei per assorbire più possibile il tenue calore del sole, mani a pala per liberare facilmente le auto dai cumuli di neve, occhi e capelli chiari per mimetizzarsi dai predatori.

L'italiano, erede di una grande civilizzazione ormai tramontata, guarda e sospira, avvolto da dodici strati di lana. Questione di abitudine.

sabato 15 gennaio 2011

La mia Posta è indifferente


Ogni tanto i tedeschi mi sorprendono per la loro totale mancanza di senso pratico. Alcune delle cose che noi diamo per scontate in Germania sono semplicemente sconosciute.

Abbiamo già discusso della forma dei cessi e della mancanza del bidet, ma queste sono cose comuni anche ad altre nazioni. Abbiamo accennato alle autostrade, senza limiti di velocità ma non recintate e senza asfalto drenante, che invitano animali e pedoni ad entrare e a essere investiti a velocità folli. Abbiamo anche discusso dei prezzi assurdi del trasporto pubblico, che rende più conveniente usare la macchina, proprio il contrario di quel che dovrebbe essere il trasporto pubblico.

Ma le Poste.

Le Poste tedesche, se ti arriva un pacco a casa e tu non ci sei a ritirarlo e a firmare, te lo tengono in deposito e ti lasciano l'avviso. Normale, come si usa anche in Italia e - spero - da altre parti del mondo.
Solo che in Germania te lo tengono in deposito una settimana, poi lo rispediscono al mittente. Ora, qualcuno di voi mi spieghi che senso ha tutto ciò. Se mi arriva un pacco mentre sono al lavoro, che so, di martedì, ho solo la possibilità del sabato mattina (perché di pomeriggio la Posta è chiusa) per andare se non voglio prendermi un permesso al lavoro. E infatti, file chilometriche fuori dagli uffici postali sono la norma. Ma se sabato mattina non posso? Se sono in ferie fuori città? Se sono in ferie per più di una settimana, come può accadere sotto Natale? Niente, ti attacchi. Se il mittente, bontà sua, te lo vuole rimandare te lo rimanderà, altrimenti ciccia.

In Italia il tempo di deposito è un mese, che ha molto più senso. Posso tornare dalle mie due o tre settimane di ferie e ancora avere il tempo di andare a prendere il mio pacco. Inoltre, le Poste maggiori che tengono il deposito di sabato sono aperte fino a sera. Dopo la prima settimana di deposito, che è gratis, si paga una sciocchezza che mi pare sia 50 centesimi al giorno. Facile come bere un bicchier d'acqua.

Non pensavo che l'avrei mai detto ma: Poste Italiane batte Deutsche Post 1-0.

PS: Tutto ciò per spiegare che se qualcuno di voi mi ha mandato un pacco prima di Natale e se lo vede rimandato indietro, non è colpa mia, sappiatelo. Se era un regalo di Natale e vi è tornato non è perché non m'è piaciuto. Anzi, sono ancora più curioso di sapere cos'è. Rimandatemelo, vi prego. Vi prometto che lo vado a prendere il giorno dopo. Giurin giurello.

lunedì 20 dicembre 2010

Speciale di Natale con Mr. Hankey


Di modi per analizzare la civiltà di un Paese ce ne sono quanti volete. Uno può essere quello che riporto qui a fianco nella mia tagline, riguardo il caffè. Non starò qui a parlare del caffè tedesco perché l'ho preso una volta sola, assaggiato, e versato direttamente nel lavandino. Oggi voglio parlare dei cessi.

Ogni Paese, nello smaltimento dei rifiuti umani, si è attrezzato in maniera diversa, coerente con le proprie inclinazioni. Dei cessi giapponesi, ipertecnologici e pieni di funzioni di cui non sapevi l'esistenza (e di cui non sospettavi l'importanza) finché non ti ci sei seduto sopra, abbiamo già parlato. Quelli americani, se è vero ciò che ci mostrano nei film e in TV, sono pieni d'acqua fino quasi all'orlo in maniera da replicare in maniera rozza e low-tech il bidet incorporato di quelli giapponesi: praticamente caghi e la numero 2 splasha allegramente nell'acqua che, per rimbalzo, ti deterge delicatamente le terga. Ma, sempre se è vero ciò che ci mostrano nei film e in TV, in America ci sono alieni che volano e dinosauri che scorrazzano indisturbati per le città, quindi sospetto - o almeno spero - che il grado di realismo rispetto ai cessi sia più o meno comparabile.

I cessi tedeschi, invece, sono un altro paio di maniche. Per descriverli in maniera accurata ho bisogno che immaginiate quelli italiani, normali, che avete anche voi in casa. Forma svasata in maniera che la numero 2 impatti di striscio con la ceramica e scivoli delicatamente verso l'acqua, molto più in basso. Ragionevolmente pulito, senza vittime.
Bene, ora immaginate che la curva posteriore sia molto più curva, fino a diventare... bè sì, orizzontale, piatta. Lo scarico non è quindi centrato rispetto alla tazza ma si trova davanti. Quindi sostanzialmente tu caghi e la numero 2 rimane lì, adagiata per mostrarsi al mondo in tutta la sua vibrante tridimensionalità. Tiri lo sciacquone e speri che l'acqua che scende abbia abbastanza potenza da trascinare con sé, verso la parte anteriore e quindi lo scarico, tutto quello che trova ma essa arranca, non ci riesce, desiste. Tiri di nuovo lo scarico. Niente. Forse la terza è la volta buona. Talvolta lo è. Talaltra no.

Non so cosa questo mi insegni sul Paese che mi ospita. Forse che non ci si deve vergognare di niente, forse che controllare la salute è importante. O forse solo che i tedeschi sono proprio degli ingegneri di merda.

mercoledì 8 dicembre 2010

Il mistero della mela annurca


Anche in questo caso, nonostante la mia esperienza a Monaco si limiti ad un solo negozio, e anzi direi proprio in virtù di questo, posso tracciare un profilo globale e onnicomprensivo del fenomeno supermercato.
I supermercati in Germania sono quasi del tutto simili agli omologhi italiani, ma ci sono alcune sostanziali differenze.

Cosa non c'è. Il visitatore entra e si trova di fronte le usuali scaffalature piene di frutta e verdura e pensa "eh sì, un bel kilo di mele non me le toglie nessuno". Fa per cercare la busta e il guantino di plastica e... non c'è. O meglio, la busta c'è ma del guantino nemmeno l'ombra. Subitaneo sorge il pensiero delle centinaia di tedeschi dalle mani sudicie che hanno toccato quel cespo d'insalata o quella pera kaiser (che fa tanto Vecchio Impero) che stai per prendere. Se volete, questa è una nuova dimostrazione dei concetti di sicurezza e fiducia visti dalla parte di un tedesco. Pazienza per la verdura, si dice il visitatore. La laverò. Riempe la sua bustina di carote, fa per cercare la bilancina e... non c'è. Si gira, si volta, niente. Panico. Che fare? Siccome quando sei a Roma fai come i romani, quando sei a Monaco fai come i monac... quello che è. Quindi inizia a fissarli per tentare di capire come fanno loro. Se non è troppo insistente nello sguardo riesce perfino a evitare un "cazzo ti guardi?" in tedesco e si accorge che i locali imbustano e se ne vanno. Così. Il che non risolve il problema: vanno a cercare una bilancia dall'altra parte del negozio o non si pesa affatto la roba? Un mistero che verrà - parzialmente - svelato più avanti.

Cosa c'è, o meglio, cosa c'è in più. Un esempio importante è quello della cioccolata: mentre in Italia c'è normalmente un solo scaffale dedicato ai dolciumi, qui in Germania ce ne sono almeno sei. Stesso dicasi, ovviamente, per la birra: qui il vetro è a rendere (ci sono, sparsi per il negozio, macchinari per la restituzioni dei vuoti che danno uno scontrino da presentare alla cassa, e si ottiene lo sconto sulla spesa), quindi le bottiglie che il visitatore comprerà sono in circolazione da tempo immemorabile e sono passate attraverso centinaia di tedeschi dalle mani sudicie, di solito non gli stessi della frutta e verdura.

Cosa c'è di diverso. Stranamente, non molto. I tedeschi vanno pazzi per la roba italiana e in un supermercato medio se ne trova parecchia, a partire dal prosciutto crudo (a prezzi esorbitanti, ndSpino) a pasta a sughi pronti addirittura a "insalata italia" (così nella confezione) o quel pecorino stagionato al pepe che alla Coop San Vitale non trovavo quasi mai. I vini sono divisi per nazione, e la sezione Italia è piuttosto fornita, con prezzi umani e qualità altalenanti: l'"Est Est Est" di Montefiascone che ho preso qualche giorno fa, ad esempio, al massimo era un "Est", mentre l'Orvieto Classico non era affatto male.
Parlando di formaggi, in Italia puoi trovare o il banco con le forme intere e il tizio a cui chiedere che le taglia, le pesa e le prezza, o quello self-service con i pezzi già tagliati e prezzati. In Germania hanno inventato una delirante inutile crasi dei due metodi: i pezzi sono già tagliati e incellofanati ma non prezzati, e irraggiungibili dall'utente. Il banco è presidiato, così tu devi chiedere al tipo di darti quel pezzo di formaggio, già pronto, e il tipo pesa e prezza.

Per ultima lasciamo la non-soluzione del mistero della frutta e verdura. Praticamente arrivi alla cassa e dai la busta alla cassiera, che la passa. Ha una bilancia sul lettore di codice? Non mi pare. Pesa a occhio? Spero di no. Capisce al primo sguardo se una mela è una renetta, un'annurca o una stark? Forse. Non ha bisogno di farlo perché magari le mele costano tutte uguali? Dubito. Inventa un prezzo a caso e lo piazza sulla busta? Io farei così.

venerdì 3 dicembre 2010

Fidati


Più tempo passo qua e più mi stupisco dei tedeschi: ribaltando quello che tutti gli stranieri pensano degli italiani e l'Italia, mi chiedo come faccia la Germania ad andare avanti nonostante l'assurdità di comportamento dei suoi abitanti, in special modo in due aspetti particolari del vivere civile, che volendo sono anche collegati tra loro: la sicurezza e la fiducia.

I tedeschi sono assolutamente sprezzanti delle più basilari norme di sicurezza. Non circoscrivono, non delimitano, non mettono paletti, non chiudono a chiave, non sbarrano. Si fidano.
Potrei parlare della non esistenza dei limiti di velocità sulle autostrade tedesche, che accoppiata ad un manto stradale di solito precario potrebbe essere fonte di carambole allucinanti, ma le autorità si fidano che tu non correrai. Potrei raccontare la storia, gentilmente fornita dal Simotrone, dell'importante casa editrice tedesca che lascia documenti su un proprio server e fornisce ai suoi collaboratori diritti in lettura e scrittura; gli editori si fidano che tu non cancellerai i file che usi. Potrei dire anche della vignetta austriaca, cioè il modo di pagare le autostrade nel Paese alpino: sostanzialmente devi comprare un patachino da attaccare al vetro, spetta poi alla Polizei austriaca accertare che tutti ce l'abbiano. In pratica, gli austriaci si fidano, perché in un migliaio di km percorsi non mi hanno mai fermato.
In Italia o in buona parte del resto del mondo queste cose si tradurrebbero 1- mezzo milione di morti al giorno sulle autostrade, 2- il fallimento della casa editrice, 3- il crollo a zero delle entrate della Società Autostrade.

L'esempio più eclatante e assurdo? Un contratto che devo firmare e rispedire alla mia banca, la quale mi fornisce di busta con una scritta in tedesco al posto del francobollo: "Bitte mit 0.55 Euro freimachen, falls Marke zur Hand". Tutti i traduttori online che ho provato hanno fallito miseramente nella traduzione, restituendo nonsense come: "Si prega di effettuare gratuitamente con 0,55 €, se segno a portata di mano". In realtà oggi ho scoperto che la traduzione è "Affrancare con 0.55€, se si ha un francobollo a portata di mano". Cioè: "bisognerebbe affrancare, ma se non lo fai non fa niente, ci pensiamo noi". Perché tutti qui in Germania hanno la casa piena di francobolli da 0.55€, e sono ansiosissimi di utilizzarli in qualche modo.

Sarei davvero curioso di conoscere le statistiche di quanti qui affrancano davvero.

mercoledì 1 dicembre 2010

If only you spoke Hovitos...


Come il giovane Indiana Jones diceva nella serie TV, la cosa più importante quando si va in un Paese straniero è conoscere la lingua. Puoi presentarti anche come iraniana col burka e una cintura di pelle imbottita molto sospetta, ma se parli la lingua del posto in maniera convincente ti si apriranno tutte le porte.

Ecco, per continuare la metafora, diciamo che io non sto provando nemmeno a girare le maniglie delle porte. Spero che nessuno mi rivolga la parola, se lo fanno arrossisco ignoro e scappo, dopo le prime volte non vado neanche più in mensa (ma questo anche per altri motivi, costa troppo e c'è troppa gente), e ogni volta che devo fare qualcosa che preveda il minimo incontro con la lingua tedesca entro nel panico.

Il fatto e' che, nonostante la comune radice germanica, il tedesco e l'inglese non hanno assolutamente nulla a che fare tra loro. Ci sono alcune parole simili, ma di solito non sono quelle fondamentali nella frase. L'insana tendenza a accorpare in un unico vocabolo 4 o 5 parole diverse rende poi la lettura del tedesco praticamente impossibile (ora so come si sente un dislessico).

Ad esempio, ho rinunciato a fare l'abbonamento della metro proprio per evitare lo scontro col tedesco: dopo aver visto i locali che facevano scivolare velocemente le dita sul touchscreen della macchinetta ho capito che ne sarei uscito chiaramente sconfitto, specie sapendo le decine e decine di diversi biglietti che la Società dei Trasporti di Monaco prevede, come spiega amabilmente Der Pilger. In più, ho ricevuto una comunicazione secondo la quale devo contattare la locale Medicina del Lavoro per fissare un appuntamento per un esame della vista. Sulla comunicazione nessuna email, solo un numero di telefono. Terrore.

giovedì 25 novembre 2010

Pensiero profondo


Lo sapevo che Spinozahaus#1 sarebbe stata la casa giusta. Me ne dovevo rendere conto prima, però, non appena mi dissero che il numero dell'appartamento (in foto, la mia cassetta della posta) è la Risposta alla Domanda Fondamentale. E non devo neanche aspettare 10 milioni di anni.

venerdì 19 novembre 2010

Il povero italiano


Dopo due settimane di permanenza in Baviera, posso finalmente giudicare complessivamente l'intera Germania. Sì, la base statistica è povera, ma quando mai ciò ha frenato qualcuno dal tirare conclusioni lapidarie?

In ordine sparso:
  • i tedeschi alla guida sono esattamente quello che ti aspetti: assolutamente incapaci di pensare con la propria testa. I segnali di divieto vengono osservati alla lettera anche quando palesemente assurdi, come ad esempio gli 80 all'ora in autostrada a 3 corsie e dritta come un fuso. Il tedesco, anche se impegnato in un sorpasso in terza corsia a velocità smodata - permesso da un cartello apposito di fine limite velocità che tradotto approssimativamente in italiano potrebbe suonare come "a questo segnale scatenate l'inferno" - alla vista del cartello di limite di velocità inchioda, con grave rischio per il povero italiano che li segue nel sorpasso;
  • i tedeschi hanno alcuni problemi nell'isolamento delle costruzioni, tant'è che periodicamente le loro abitazioni vengono invase da muffe mutanti che, riproducendosi a velocità smodata - non permessa da alcun cartello, ma tant'è - esigono l'abbattimento della struttura e il suo completo rifacimento. Il povero italiano che mendicava un posto letto per una settimana in un ostello ha dovuto fare i conti con questo terribile flagello;
  • i tedeschi aborrono il gas, e col loro passato c'è da capirli. Come sostitute per la cucina domestica hanno adottato le piastre elettriche. Esse sono note per il loro rendimento energetico assolutamente ridicolo, ma il tedesco non si spaùra e per una salutare cena alle 18 - tempo medio locale - accende la piastra intorno alle 16. Il povero italiano che deve far bollire gran quantità d'acqua per la pasta dovrebbe attivarsi anche un po' prima, ma visto che l'italiano cena alle 20 tutti, italiani e tedeschi, accendono le loro piastre nello stesso istante. Ciò causa degli spike nella domanda di energia in Germania, da loro ben conosciuti, e chiamati con una parola di 72 lettere di cui 12 con dieresi, 4 pseudo-beta e alcune lettere prese in prestito dall'alfabeto fenicio. La piastra, dotata di notevole inerzia termica, terminerà di rilasciare calore a notte molto inoltrata, sopperendo così a eventuali malfunzionamenti dei termosifoni e potendo essere ancora utilizzata dai più mattinieri per scaldare il latte della colazione.

lunedì 15 novembre 2010

Alla fine dell'arcobaleno


In attesa, fra un'ora, di prendere finalmente possesso del luogo che chiamerò casa per i prossimi 10 mesi, sono ancora una volta profugo dall'astromat e dalla cernia. E profugo lo sono davvero, visto la quantità di roba che mi son riportato dall'Italia, nel migliore spirito dell'espatriato, tra pacchi di pasta e sughi e dolci fatti in casa e schiscetta con pappa al pomodoro.

Andando in terra straniera per poco tempo, che so, due settimane, un mese, si tende a tuffarsi entusiasticamente nel cibo e nella tradizione locali, che sia a base di sushi o sauerkraut o di escargot, e a rinnegare seppur temporaneamente la provincialotta provienienza italica, certi che ci sia ad aspettarci, alla fine dell'arcobaleno, una cofana di tagliatelle al ragù con una infinita nevicata di parmigiano grattugiato, e i racconti si faranno pieni di "eh, sì, sushi ottimo, ma la pasta mi mancava troppo..."

Quando invece si ha la prospettiva di una permanenza più lunga all'estero, il gioco si ribalta: si tende il più possibile a ritardare il distacco, ad ammorbidirlo, a renderlo meno traumatico. Ci si rituffa quasi inconsapevolmente nel pensiero di tutto quello che ci lasciamo dietro, e improvvisamente l'italiano diventa una lingua meravigliosa quanto prima era banale e volgare, gli italiani stessi improvvisamente diventano simpatici quanto prima veniva voglia di strozzarli.

Sull'onda dell'emozione per la partenza, ho deciso che non imparerò il tedesco, non mi ci proverò neanche: non faticherò su una lingua difficile, dura, ostica e obiettivamente brutta, per soli 10 mesi di permanenza, ché quando l'hai bene o male imparata sarà già ora di ripartire. Salvo poi incuriosirmi di fronte a queste parole di lunghezza infinita e costrutti strani e cercarli poi sui traduttori online: la Picciula ha scommesso che alla fine un po' di tedesco finirò per studiarlo attivamente. Vedremo, la partita è aperta.

Intanto son qua. Pronto per l'avventura? Non lo so. A volte questi 10 mesi che mi attendono mi spaventano, mi sembrano infiniti, altre volte mi sembrano quasi una passeggiata. E io intanto aspetto e guardo, verso la fine dell'arcobaleno.