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mercoledì 1 dicembre 2010

If only you spoke Hovitos...


Come il giovane Indiana Jones diceva nella serie TV, la cosa più importante quando si va in un Paese straniero è conoscere la lingua. Puoi presentarti anche come iraniana col burka e una cintura di pelle imbottita molto sospetta, ma se parli la lingua del posto in maniera convincente ti si apriranno tutte le porte.

Ecco, per continuare la metafora, diciamo che io non sto provando nemmeno a girare le maniglie delle porte. Spero che nessuno mi rivolga la parola, se lo fanno arrossisco ignoro e scappo, dopo le prime volte non vado neanche più in mensa (ma questo anche per altri motivi, costa troppo e c'è troppa gente), e ogni volta che devo fare qualcosa che preveda il minimo incontro con la lingua tedesca entro nel panico.

Il fatto e' che, nonostante la comune radice germanica, il tedesco e l'inglese non hanno assolutamente nulla a che fare tra loro. Ci sono alcune parole simili, ma di solito non sono quelle fondamentali nella frase. L'insana tendenza a accorpare in un unico vocabolo 4 o 5 parole diverse rende poi la lettura del tedesco praticamente impossibile (ora so come si sente un dislessico).

Ad esempio, ho rinunciato a fare l'abbonamento della metro proprio per evitare lo scontro col tedesco: dopo aver visto i locali che facevano scivolare velocemente le dita sul touchscreen della macchinetta ho capito che ne sarei uscito chiaramente sconfitto, specie sapendo le decine e decine di diversi biglietti che la Società dei Trasporti di Monaco prevede, come spiega amabilmente Der Pilger. In più, ho ricevuto una comunicazione secondo la quale devo contattare la locale Medicina del Lavoro per fissare un appuntamento per un esame della vista. Sulla comunicazione nessuna email, solo un numero di telefono. Terrore.

sabato 20 febbraio 2010

Merce di scambio


Lo sapevate che in Italia, e nella maggior parte del mondo, è vietato per un giovane ricercatore stare per più di x anni nello stesso istituto? Proprio così, non "sconsigliato", vietato. Devi andare da un'altra parte, magari in un'altra nazione. E non è solo in Italia, appunto, non perché non ci siano posti o i soldi sian pochi. È per "favorire la mobilità, non fossilizzarsi scientificamente".

Balle. Questa norma è fatta solo per distruggere le famiglie, le coppie scienziato-non scienziato, per far restare questo mondo il più chiuso e autoreferenziale possibile. Quelli che restano sono quelli che mettono il lavoro prima di tutto, che sono disposti a lasciarsi dietro gli affetti sacrificandoli alla carriera scientifica.

Che senso avrebbe altrimenti? A che serve dover passare 2 anni a Londra, 3 a Boston e poi altri 2 a Madrid? Per "crescere professionalmente"? Siamo nell'era della comunicazione globale, io potrei avere tranquillamente un supervisore a migliaia di chilometri di distanza e collaborare con lui in tempo reale. Non ci sarebbe neanche bisogno che io venga a lavorare in dipartimento, potrei fare tranquillamente tutto da casa mia.

Oltretutto, credo che sia incostituzionale. Tu ente di ricerca mi vieti di lavorare qui solo perché ci ho già lavorato per due anni? È una proibizione stupida, immorale e illegale. Casa mia è qui. Posso lavorare in tutto il mondo tranne che qui? È crudeltà, e niente altro.

Fottetevi.

venerdì 4 dicembre 2009

Succede solo da OABo...


... che un professore, ex presidente del Corso di Laurea, e una professoressa in visita per un seminario intonino un "Là ci darem la mano" prima del di lei seminario. Scene di panico, un Renegade che non sa più dove guardare, un CoolHand incappucciato che si bea dell'aria scanzonata della faccenda.

Sono cose che segnano, nel bene e nel male. Ora non potrò più ascoltare una nota del "Don Giovanni" senza pensare al tasso di formazione stellare delle sferoidali nane del Gruppo Locale...

martedì 1 dicembre 2009

Ma che bello il mio ombelico


- We must stop wasting money on pie-in-the-sky abstractions and spend it on practical, measurable ways, to improve the lives of the people who are paying.
- Not unlike my L-band globular clusters work...

Contact


Sento spesso persone difendere a spada tratta il proprio lavoro, e non c'è niente di male in questo. Ogni lavoro ha la stessa dignità, e le persone che lo fanno hanno la stessa passione nel farlo e lo fanno con lo stesso impegno. Però le stesse persone dovrebbero riconoscere che non tutti i lavori sono ugualmente importanti.
Nel mio "lavoro" - l'astronomo - sento spesso lamentare i tagli ai fondi di ricerca, che non si tiene in dovuta considerazione la ricerca, che è il futuro di una nazione. Tutto abbastanza vero, basta tener presente che esiste ricerca e ricerca. Mentre mi incazzo come una bestia se tagliano i fondi alla ricerca per il cancro, o alle tecnologie per il risparmio energetico, sinceramente - nonostante ci sia dentro - il taglio ai soldi per l'astronomia mi lascia abbastanza indifferente. L'astronomia è totalmente inutile e chi tenta di dire il contrario è nella migliore delle ipotesi un po' ingenuo. Se ci sono pochi soldi preferisco davvero che vengano dati alla ricerca medica, che all'astronomia. Una volta che scopro come si formano le galassie, a chi interessa? Quale giovamento ne può avere l'umanità?

Non è solo il campo della ricerca a prestarsi a questo discorso. Molto recentemente mi è toccato sentire che su FaceBook non esistono solo sfaccendati che giocano a FarmVille ma anche persone serie che ci lavorano, e che lo difendono come un mezzo rivoluzionario e indispensabile. Gente, un medium non diventa indispensabile solo se ci lavorate voi. FaceBook è una cazzata inutile, dovreste avere l'onestà intellettuale per rendervene conto. Il vostro lavoro in/con FaceBook è meritorio, perché tutti i lavori sono degni, ma FaceBook resta comunque una cazzata.

Se volete, questo post fa il paio con questo, L'armata dell'invece: potrei quasi farlo diventare una rubrica, non so, "Me myself and Irene" visto che il tema comune è l'egocentrismo. Ma le rubriche di questo blog devono essere divertenti, quindi mi sa che è meglio di no.

giovedì 26 novembre 2009

Doppia T


Le lezioni sono supposte esser fatte da chi le cose le sa.

Se uno -io- le cose non le sa, e si mette a far lezione, che ne esce?

Terremoto e traggedia.

mercoledì 25 novembre 2009

Lezioni ai tempi della suina


Sto organizzando un ciclo di lezioni per l'università.

Metà dei miei speaker di oggi, e una di dopodomani, non ci sono.

Damn.

EDIT: Una è appena arrivata. Fiuuu.

domenica 22 novembre 2009

Solo, al lavoro, di domenica


Solo. Al lavoro. Di domenica. In un dipartimento spettralmente deserto ma come al solito coi riscaldamenti sparati al massimo. Eh, Brunetta? Andò stanno gli sprechi secondo te, sui "fannulloni" o sulle tonnellate di metano bruciate a minchia?

Ma non volevo parlarvi di questo. Volevo solo suscitarvi pietà. Io. Solo. Al lavoro. Di domenica. Col Cioccoshow in centro, a neanche un km da qui, pieno di delizie cioccolatose che attendono solo di essere mangiate. Ma non da me. Solo. Al lavoro. Di domenica.

giovedì 22 ottobre 2009

Molto diversamente abili


Il magnifico bagno disabili del posto dove lavoro.

"Disabili", in questa accezione, comporta sì avere problemi di deambulazione, ma anche avere il braccio destro lungo almeno due metri, per poter raggiungere il rotolo di carta igienica originale, sulla sinistra. Per il rotolone gigante, aggiunto in seguito, le richieste di sproporzione braccio sono diventate solo di un metro e mezzo, però la spalla deve essere capace di farlo ruotare almeno 90° indietro.

giovedì 24 settembre 2009

Se l'ha vinto anche Arafat...

Elezioni oggi in Dipartimento: si elegge praticamente tutto, dai rappresentanti degli studenti, a quelli dei dottorandi, al nuovo direttore.

Fatta la mia scelta, ho votato e ora mi sento leggero, garrulo e fiero di aver compiuto il mio sacrosanto diritto-dovere di cittadino.

Talmente tanto contento che, preso da frenesia votatoria, stavo quasi per firmare anche questo:

Silvio per il Nobel

La tazza però è meravigliosa.

martedì 7 luglio 2009

Con la faccia sul libro del piccione


Lasciate che vi spieghi una cosa: se mi vedete sempre collegato alla chat di Facebook tutto il giorno, NON significa che sono su Facebook tutto il giorno.

Significa semplicemente che Pidgin, il programma di instant messaging che tengo aperto, ora supporta anche la chat di Facebook. Sta lì, aperto, in background. Firefox se ne sta bello chiuso, o al massimo aperto sulla pagina di Repubblica.

Avrò anche la coda di paglia, non se la prenda nessuno per carità, ma al decimo "che ci fai su Facebook, torna a lavorare", uno si rompe un attimo e ha voglia di mettere le cose in chiaro.

mercoledì 17 giugno 2009

Giapponesi, o del mondo alla rovescia


Prima di tutto un disclaimer: so che alcuni giapponesi, come Yuichiro, leggono il mio blog e non vorrei che si facessero una cattiva idea di quello che sto per dire. La gente è meravigliosa, il posto pure e mi sto divertendo da morire.

Vorrei solo condividere con voi qualche pensiero sui giapponesi.
  • per quel che riguarda il confronto con gli usi occidentali, potrebbero tranquillamente venire da Marte (e viceversa, ovviamente). Quello che da noi è permesso qua è almeno "sconsigliato" (soffiarsi il naso a tavola, riempirsi il bicchiere da soli, cose così); si passa la maggior parte del tempo a tentare di muoversi il meno possibile, per evitare qualsiasi insulto involontario. Ma ovviamente c'è anche il viceversa: mangiare in una ramen house è un'esperienza sonora oltre che gustativa, visto che il tagliolino in brodo giapponese esige il risucchio.
  • i giapponesi sono un popolo molto longevo, probabilmente il più longevo del mondo (esclusi i sardi che, in quanto ovviamente non italiani, sono considerati popolo a parte). Arrivano a età ragguardevoli, ma ci arrivano storti come pochi: non ho ancora visto un over 80 con la schiena dritta. Dev'essere per via del saluto/ringraziamento tipico che è composto da una serie di inchini: alla lunga segnano.
  • ragazze giapponesi carine sono frequenti come una supernova nella Via Lattea: molto spesso hanno le gambe storte, e l'utilizzo frequente da parte loro del famigerato "gambaletto antistupro" contribuisce a non renderle particolarmente appealing.
  • i giapponesi hanno passato gli ultimi tremila anni della loro storia tentando in tutte le maniere di complicarsi la vita: non sono hanno un sistema di ideogrammi composto da migliaia di simboli, ma non contenti hanno altri due sistemi di alfabeti, che vengono usati in disparate situazioni che non mi sono ancora molto chiare. Le bacchette, inoltre, sono il sistema meno pratico che mi viene in mente per mangiare (eccetto, forse, una ruota dentata o un robot di Voltron): provate a mangiarci il ramen in brodo, se ci riuscite vincete una bambolina a forma di Takeshi Kitano.
  • l'inglese parlato dalla stragrande maggioranza della popolazione giapponese assomiglia molto alla verginità di Milly d'Abbraccio: solo uno l'ha vista, tanto tempo fa, e nessuno se ne ricorda più.
  • i giapponesi sono educati in maniera quasi parossistica. Quasi ogni frase è un saluto, un "prego", un "mi scusi". In Francia, ad esempio, per ottenere qualcosa è d'obbligo il saluto; in Italia, di solito, non ottieni niente neanche con quello.
  • il cibo giapponese è ottimo, ma di solito è sempre quello, colazione, pranzo e cena. Abbiamo provato con la Matrioska un paio di volte ad andare a fare la colazione giapponese (zuppa di miso, pesce, tè verde), ma abbiamo sempre deciso di spostarla semplicemente di 5 ore e chiamarla "pranzo".

martedì 16 giugno 2009

Attenti al cappello


Ok, ho appena fatta la mia presentazione, ora sono più tranquillo. Devo dire che in passato, per una cosa del genere, sarei stato male per almeno una settimana prima; stavolta mi sono agitato solo un'ora prima. Pare che sia andata bene, perfino il boss della collaborazione allargata mi ha fatto una domanda, quale onore. So che un altro mi sta cercando per chiedermi, riguardo al mio talk, "and so what?", così lo sto evitando con cura. Indossa sempre un cappello giallo, evitarlo dovrebbe essere semplice.

Ieri sera mega-ricevimento di benvenuto all'ANA Hotel. Sì avete visto bene: un albergone da quattromila stelle coi receptionist in livrea, il bellboy vestito come nel film di Jerry Lewis, 3 o 4 sale da pranzo tra cui quella dove eravamo noi, 14esimo piano con vista sulla città da una parte e sul Castello di Matsuyama dall'altra.

Comunque c'è da dire una cosa: anche l'albergo dove eravamo a Tokyo, il Granbell Hotel, era davvero un GranBell'Hotel.

lunedì 15 giugno 2009

Toilet science


Prima mattinata di meeting. A quanto pare siamo una cosa grossa, visto che c'è la TV nazionale. Dopo la pausa pranzo, un paio di tizi con la telecamera si sono aggirati per i corridoi dell'Università di Ehime carpendo immagini di astronomi da paesi lontani che discutevano animatamente di scienza. In realtà eravamo io e altri due italiani che parlavamo degli ultratecnologici water giapponesi in termini del tipo: "Il cesso della mia stanza ha più transistor del mio pc".

Foto cortesia di SisypheHeureux.

domenica 14 giugno 2009

Impressioni di viaggio - parte II


Il fuso orario è davvero una bestia strana. Videochiamare la Picciula a notte inoltrata e vederla rispondere con la stanza invasa dal sole è un effetto discretamente straniante. Comunque.

Non pretendo di dare descrizione esaustiva del Giappone e dei giapponesi, soltanto da alcune ore di frequentazione. Il quartiere di Shibuya però li fa sembrare tutti bambini, ossessionati dall'idea di divertirsi in maniera che noi occidentali consideriamo forse infantile (il karaoke, da noi morto quindici anni fa, i gingillini pacioccosi e bambineschi che portano appesi ovunque, la mania di vestirsi da personaggi dei manga).

C'è qualcos'altro di spaventoso in Tokyo, comunque. È l'idea che perdersi è un attimo, e c'è il rischio di non ritrovare mai più la strada. Il nostro cicerone giapponese ci dice che i giapponesi trattano gli ospiti, specie europei, come re ed è vero, però c'è sempre il fatto che il giapponese medio capisce l'inglese meno dell'italiano medio. Ed essendo io italiano assolutamente medio, non è che lo parlo un granché.

In generale, la giornata di ieri è stata una delle più intense della mia vita. Partire da una città straniera come Marsiglia, prendere il primo volo della propria esistenza, appena dopo prendere il primo volo intercontinentale della propria esistenza, cenare a Tokyo a base di carne di pollo con wasabi, tonno crudo, korokke il tutto innaffiato da shochu, sono cose che non capitano spesso.

venerdì 12 giugno 2009

Impressioni di viaggio - parte I


In ordine sparso:

  • viaggiare in aereo è un controsenso, una assurdità. Per andare da Marsiglia a Francoforte mi sono alzato alle 6, ho preso autobus alle 7, metro alle 7.15, navetta alle 7.45, sono arrivato in aeroporto alle 8.30, tra check in e controllo bagagli sono arrivato al gate alle 9.15, ho preso l'aereo alle 10, che è partito alle 10.30, e sono arrivato a Francoforte alle 12.30. Totale: 6 ore e mezza. Col treno facevo prima. E non mi cacavo sotto dalla paura.
  • A proposito di paura, sono stato un signore. Autocontrollo a catena: non come la povera signora francese a fianco a me che a ogni sbalzo dell'aereo si portava la mano sulla fronte. Io bestemmiavo, ma tanto in italiano non mi capiva nessuno.
  • A proposito di sbalzi dell'aereo: la partenza è una cacata, piece of cake, sembra la partenza dell'ottovolante. Poco prima dell'arrivo, invece, turbolenza che ha scosso l'aereo come un tappeto persiano: le luci si sono spente, le ali fuori dal finestrino vibravano come a cercare di avvertirci disperatamente che non è fisico volare, che Bernoulli era un imbianchino e i fratelli Wright due onanisti sfigati.
  • A proposito di sfigati: i francesi siano stramaledetti. Credete sia possibile che in un aeroporto nessuno, NESSUNO parli inglese? Neanche quello che ti deve dire che ti sta per palpare le palle per vedere se porti una pistola? Neanche quella che ti deve dire di cacciare fuori il pc sennò i raggi X lo friggono? No? Venite in Francia.
  • A proposito di aeroporto: sapete che non ho mica capito come funziona? Sono qui seduto in un salottino di un gate a caso dell'aeroporto di Francoforte, e tante domande mi frullano per la testa: una volta che uno è arrivato al gate, dopo aver esibito decine di documenti diversi a decine di persone diverse, ne può uscire? E se sì, fanno come in discoteca col timbro sulla mano? E perché per arrivare al complesso del mio gate devo passare attraverso un controllo passaporto? E se io il passaporto non ce l'ho? Se dovessi andare, che so, a Madrid o a Napoli?
  • A proposito di Napoli: Marsiglia mi ha dato la stessa impressione. Ne parlavo anche con un simpatico violinista-informatico tunisino sulla navetta per l'aeroporto, e lui mi diceva che anche Tunisi è molto simile. Tutto il mondo è paese.
  • A proposito di navetta per l'aeroporto: alla stazione St.Charles ho chiesto informazioni ad una tedesca per trovare l'autostazione. Le ho chiesto se potevo fare il biglietto a bordo della navetta: "Sì certo" dice lei. Falso: l'autista mi ha guardato con sdegno e mi ha mandato in malo modo all'ufficio della compagnia. E il bastardo stava per ripartire prima che tornassi. Due stronzi al prezzo di uno.
  • A proposito di stronzi: la tipa del chioschetto all'interno del gate 27 di Marsiglia mi ha venduto una bottiglia da mezzo litro d'acqua a 3 euro.
  • A proposito di gate 27: l'imbarco era previsto al gate 24. Hanno cambiato all'ultimo momento senza neanche annunciarlo. Fortuna che erano vicini.
  • A proposito di vicinanza: ho ancora 7 ore prima di partire per un viaggio di altre 10.

giovedì 11 giugno 2009

Mania di persecuzione


Passi che il capo della collaborazione non mi caca da due anni: gli abbiamo chiesto da due anni di inserire la mia mail nella mailing list della collaborazione, "sì sì sì lo faccio subito" non l'ha ancora fatto.

Ma ignorare il fatto che avrei dovuto fare la mia presentazione, saltando invece da quello prima di ma a quello dopo di me, nonostante il mio dannato nome fosse scritto a chiare lettere sul programma della giornata, è troppo.

E il silenzio alla fine è stato davvero agghiacciante.

mercoledì 10 giugno 2009

Resoconti di viaggio


Partenza, ieri, alle 14. Arrivo in albergo a mezzanotte e mezza. In mezzo:

  • il Garmin che scazza l'uscita Piacenza sud, facendoci uscire a Piacenza nord, mandandoci allegramente per campi e tentando di farci passare sopra il ponte sul Po, crollato un mese fa, pace all'anima sua.
  • fermata cena in un paesino provenzale completamente deserto, fatta eccezione per arabi e nordafricani, che giocavano a calcio in strada e non pensavano minimamente che l'auto ferma dietro di loro dovesse passare.
  • il cellulare del boss che squilla, rivelando la passione del boss per le canzoni dance tipo Dragostea Din Tei.
  • l'arrivo all'albergo, una vecchia capanna provenzale in brutto stato, con i pavimenti dei loculi... ehm, stanze che si incurvano pericolosamente sotto il peso dell'occupante.

martedì 9 giugno 2009

I marsigliesi


È giunta l'ora, siamo arrivati. Oggi pomeriggio, appena dopo pranzo, me ne parto in macchina con capi e colleghi per la conferenza di Marsiglia. Sette ore belle placide, con tanto suolo sotto i piedi, e la gravità che non insidia costantemente il nostro viaggio.
Voci di corridoio dicono che la mia presentazione avverrà in un imprecisato momento della giornata di giovedì, quindi ho tutto il tempo per consumarmi dall'ansia, cena sociale di mercoledì compresa.

Non so se riuscirò ad aggiornare il blog in questi prossimi giorni. In ogni caso pensatemi, vi prego.

martedì 2 giugno 2009

It can happen to you

Lo sapevo. Lo sapevo.

Ho evitato gli aerei per tutta la mia vita per un motivo ben preciso. Questo:
Disperso aereo in volo da Rio a Parigi

Fra una settimana ho il primo volo della mia vita.

A fanculo anche il teorema di Bernoulli, va'.

sabato 30 maggio 2009

Convertiti al Bayesianesimo


Di ritorno dalla Scuola di Dottorato di Bertinoro.

In quanto membro del comitato organizzatore locale (il famigerato LOC) praticamente non ho fatto niente; sospetto che le due vere organizzatrici, Micol e Daniela, mi abbiano affidato la responsabilità dell'ultima giornata dei lavori - bagagli, autobus, accompagnare e dare indicazioni ai partecipanti, soprattutto stranieri, per tornare a casa - solo perché mosse a compassione. Ha funzionato, il mio morale da LOC si è decisamente risollevato.
In quanto partecipante della Scuola, invece, sono stato fin troppo occupato: la preparazione del talk (tagliando l'impossibile sono sceso dai 13 minuti ai circa 9: arrivare a 5, quando dovrò dare lo stesso talk in Giappone, si rivelerà più arduo di acchiappare la materia oscura); il talk stesso; ma poi anche le serate alcoliche a base di limoncino, nocino e nocciolino (se non finiva in -ino, non lo volevamo). Sono stato ribattezzato SLOC (comitato organizzatore locale sociale): in pratica il mio compito autoistituito era tenere le relazioni sociali tra i partecipanti. Tanto meglio se di fronte a un buon bicchiere di Albana.

Mi sono convertito al Bayesianesimo. Se hai tre scatole, in due ci sono due bottiglie di Sangiovese, e in una il meraviglioso Irn-Bru (bevanda scozzese che mi dicono buona come urina di cavallo), tu scegli una scatola, viene aperta un'altra e scopri un vino, ti conviene tenere la tua scelta o cambiare scatola? Bayes era uno che guardava assiduamente Affari tuoi, per venirsene fuori con una cosa del genere. Non lo so. Certo è che, per dirla alla d'Ammando (uno dei partecipanti alla scuola), "perché invece non aprirle - e berle - tutte e tre?"