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lunedì 7 luglio 2014

I nazisti dell'Illinois, fase 6

Riprendere in mano un blog fermo da un anno e più è operazione rischiosa. Il cervello si anchilosisce, le dita sulla tastiera pure, il mondo è cambiato.
Per evitare il logorio della vita moderna, il ritorno mi vedrà all'opera su una rubrica, I nazisti dell'Illinois, che tanto successo ha avuto sino all'ultima sua incarnazione nel lontano duemilaundici (oOOooh).

Per chi non se lo ricordasse, non lo sapesse o non gliene fregasse, I nazisti dell'Illinois è una rubrica di cinema. Mi è sempre sembrato troppo facile recensire un film dopo averlo visto ("bella forza"), per cui questa rubrica è stata pensata al contrario: recensisco solo film che non ho ancora visto. Anzi no, dato che "ancora" presuppone che prima o poi il film lo vedrò, cosa che non è affatto detta.

Ergo, quest'oggi si ritorna con Edge of Tomorrow, film di fantascienza con Tom Cruise. Sì, lo so, ormai basta dire "film con Tom Cruise" per sottintendere "di fantascienza", ma a me piace la precisione.
Come tutti sanno, Edge of Tomorrow è sostanzialmente Il giorno della marmotta. Che poi no, non è neanche il suo titolo vero, maledetti adattatori italiani. No, Groundhog day non andava bene, doveva per forza essere cambiato in Ricomincio da capo, che sembra un film di Troisi che si è reso conto che cominciare da tre non vale.
In Edge of Tomorrow, Tom Cruise muore e ritorna in vita e rimuore in continuazione. La differenza è che l'immenso Bill Murray, dopo un paio di morti, già non ne può più e fa di tutto per ammazzarsi e spezzare il ciclo. Cruise invece, muore in continuazione provando a non morire: una sorta di rincoglionito tipo il protagonista di Battleship (capolavoro totale globale e assoluto), con più anni sul coppino e meno fattore "cool" (ma giusto un pizzico meno). E senza marmotta, per di più.
Che a un certo punto speri che Cruise muoia per davvero, perché se l'umanità contro i mostri dello spazio sta messa in mani come le sue, tanto vale consegnare le armi direttamente e amen, magari un piatto di zuppa aliena come prigioniero di guerra lo rimedi pure.


mercoledì 7 dicembre 2011

I nazisti dell'Illinois, fase 5


I nazisti dell'Illinois nacque come recensione preventiva di film blockbuster-spaccatimpani-peròammazzacheeffettispeciali che tutti aspettano e osannano prima ancora di aver visto. Ciò non esclude, però, che possa venir usata anche contro (contro, eh, mica per) altri generi di film.

Ecco appunto, generi. Sarà un certo grado di compartimentalizzazione (troppo fica sta parola, so neanche se esiste) del cervello umano, ché uno va a vedere un film perché è un film romantico, in costume, di fantascienza, con le tette di fuori, con Hugh Grant (che è un genere a sé). Poco importa chi l'ha diretto o da che novella è tratto, uno di solito va al cinema a vedere un chick flick, o un film d'azione (questi ultimi di solito si riconoscono dal titolo fatto da due parole, nome e aggettivo, tipo Impatto imminente) o poliziesco-thriller (che invece hanno titoli di tre parole, nome-preposizione-nome, Ipotesi di complotto o Colpevole d'innocenza). Così uno normale legge sul giornale Melancholia - che essendo titolo di una sola parola non può essere né d'azione né thriller - le prime righe delle della cui descrizione sono "il pianeta Melancholia è in rotta di collisione verso la Terra..." e l'appassionato di fantascienza corre direttamente al cinema senza leggere oltre, aspettandosi un bell'Armageddon magari stile retrò, coi razzi di metallo lucido appesi a fili che ballonzolano in un Universo di velluto nero.

Ciò che non sa, l'appassionato di fantascienza, perché non si è preso la briga di leggere la recensione fino in fondo, è che di fantascienza in Melancholia non ce n'è. I protagonisti, durante le due ore del film, sono oppressi dall'ansia del pianeta che è in arrivo ma tanto sto pianeta non si vede mai, non se ne parla mai: l'ansia dei personaggi potrebbe tranquillamente derivare da un dolorino sotto l'orecchio, la rata del mutuo, la figlia che va al ballo della scuola con un tizio noto come "l'inseminatore", la crisi del debito, la recessione, le cavallette. Ci sarà l'incomunicabilità, ci saranno comportamenti "lunatici" nel senso più letterale del termine, ci sarà il fastidio di vivere a cui Lars von Trier - il regista, visto che l'appassionato di fantascienza prima di andare al cinema non si è preso la briga di leggere - ci ha abituati.

Quasi è un peccato che i set non siano disegnati col gesso per terra come in Dogville, sempre di von Trier. In confronto, quella sì che era fantascienza.

giovedì 21 luglio 2011

I nazisti dell'Illinois, fase 4


A grande richiesta nazional-popolare torna la nostra rubrica I nazisti dell'Illinois, dedicata alla recensione di film che non ho visto. Il film di oggi tanto nazional-popolare non è, e devo essere sincero, un po' mi piange il cuore, perché se un film finisce su I nazisti dell'Illinois, una recensione positiva non è probabile. Dicevo, il film di oggi è The tree of life, di Terrence Malick.

Sostanzialmente The tree of life è la storia di una famiglia americana, nascite, amori, lutti. Babbo cattivo e mamma buona. Praticamente una telenovela, solo che Dallas passa per robaccia e The tree of life per capolavoro. Perché? Semplice. La voce off.

La voce off per un cinematografaro è come l'edera per un architetto. Fa figo e non impegna, cela la magagna, e innalza di due tacche il tono. In realtà c'è anche un'altra cosa che copre le magagne per un cinematografaro, cioè le tette. Così almeno dicono. Io personalmente ritengo che se un film non ha tette né astronavi non valga la pena di esser visto, ma that's just me. Chissà se ci sono tette in questo film. O astronavi. Non avendolo visto, non saprei. Certo che però, essendoci in The tree of life dinosauri, supernovae, il big bang, non mi sorprenderebbe affatto ci fosse anche qualche astronave. Al limite anche qualche tetta. Ma whatever.

The tree of life è un discorso allegorico panuniversale sul rapporto uomo-natura, sul cosmo, su fato, destino e libertà individuale, sull'Esistenza e il Singolo, Possibilità, Angoscia e Disperazione, Alfa e Omega, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri e Picchi, Harpo, Chico e Zeppo (Groucho compare solo nel prefinale), An, Ghin, Gò, tre civette sul comò. Ed è proprio alle tre civette sul comò che è dedicata la sequenza più emozionante e magistrale, quando su un fondale completamente nero, anche l'audio si azzera, il film si ferma, e anche il proiezionista va a farsi una canna nel vicolo dietro il cinema.

The tree of life è la risposta alla domanda: "Quanta corda posso tirare, prima che la corda si spezzi e anche l'ultimo dei critici si chieda «ma che cacchio era quello?»"

Un consiglio personale a Malick, e a qualunque altro si voglia cimentare nella settima arte. Non fate dire mai, MAI, a nessun personaggio dei vostri film la domanda: "Ti fidi di me?" Noi ci siamo fidati di Lost, in cui la dicevano tre volte a puntata, e guarda dove ce la siamo presa. No, Terrence, non ci fidiamo.

giovedì 13 gennaio 2011

I nazisti dell'Illinois, fase 3


Questa puntata dei nazisti dell'Illinois, la rubrica nella quale recensisco i film che non ho visto, nasce dalla visione del box-office italiano di questa settimana. Se andate in qualsiasi sito di cinema, troverete un oggetto alieno che ha incassato 19 milioni di euro, staccando il secondo fermo a 4. Un così grande distacco significa che il vincitore è un film epocale, uno di quelli di cui si parla da anni, magari uno di Kubrick (damn, è morto), o un mega-effettone-speciale di Michael Bay (damn, non è morto).

Niente di tutto ciò. È Che bella giornata, regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone.

Per sapere chi diavolo fosse Checco Zalone sono dovuto andare su Wikipedia: mi aspettavo un figlio delle scuole di cinema italiane, magari un attore navigato ma esploso tardi (come, chessò, Toni Servillo), o uno spettacolare esordiente (tipo Alba Rohrwacher).

Lette due parole ho capito. E ho pianto.
Le due parole erano "Zelig" e "sgrammaticato".

"Checco Zalone" pare sia un gioco di parole in dialetto barese: "che cozzalone" significherebbe "che tamarro".

Vediamo un po'. Un comico di Zelig, dalla forte caratterizzazione dialettale del sud, che parla in italiano sgrammaticato. Uau, credo che sia una cosa nuova.

Il film, "Che bella giornata" (pure il titolo è innovativo), parla ovviamente di uno del Sud che lavora a Nord. Perché non è che al Sud il lavoro scarseggia, no, non c'è proprio: uffici deserti, pompe di benzina solo self, negozi vuoti.
Magari fa un lavoretto e sogna il posto fisso, tipo statale? E magari si innamora pure di una bellissima ragazza? Che, proprio per non farci mancare niente, è un'araba che vuole far saltare in aria qualche infedele. Tutte cose mai viste, di un'originalità che spacca.
E vuoi che Checco, novello Candide, non abbocchi all'amo della bella araba? Perché il protagonista è ingenuo, buono, vede solo il positivo nelle persone. E vuoi che la bella araba, vista la bontà e la dedizione di Checco, non si converta all'istante e decida di non far saltare in aria un bel niente? Tanto, da dove viene lei non ci sono terroristi che tengono sotto scacco la sua famiglia, minacciando di ucciderli se lei non si fa saltare in aria. Noooo, i terroristi, anche loro, sono così ingenui!
In mezzo, 2 ore di italiano sgrammaticato, battute dialettali, il tontolone che non passa gli esami da carabiniere perché dice sciocchezze (come se bisognasse essere Einstein per fare il caramba) e tanti buoni sentimenti.

Signori, la televisione sul grande schermo: benvenuti alla morte del cinema.

venerdì 5 febbraio 2010

I nazisti dell'Illinois, fase 2


Quando sono andato in Giappone, alcuni mesi fa, sono voluto a tutti i costi andare a visitare la statua di Hachiko. Per chi non lo sapesse, Hachiko era un cane che, nel Giappone tra le due guerre, divenne famoso perché andò tutti i giorni, per anni, ad aspettare alla stazione il padrone che ritornava dal lavoro in treno, e continuò anche dopo che costui morì mentre era al lavoro. In Giappone Hachiko è una celebrità, tanto che appunto c'è una statua di questo cane nel posto probabilmente più trafficato al mondo, vale a dire Shibuya Crossing.

Una storia, quella di Hachiko, profondamente giapponese, che difficilmente può essere compresa dal mondo occidentale; una storia che come saprete è la base per un film americano recentissimo, Hachiko, appunto, che andrò a recensire oggi, ovviamente non avendolo visto. In realtà I nazisti dell'Illinois di oggi è doppio: i giapponesi fecero negli anni '80 una loro versione della storia, Hachiko monogatari, che non ho visto e per questo la userò come pietra di paragone per la versione hollywoodiana.

Partiamo con Hachiko monogatari: un film breve, dai tempi comunque dilatati, in cui il cane è protagonista e insieme comprimario. La mancanza del padrone è la vera protagonista, e il cane le dà solo forma, insieme alla povera Tokyo devastata dal terremoto del '23.

Hachiko di Lasse Hallstrom, invece, è un filmone hollywoodiano da decine di milioni di dollari (spero la maggior parte spesi in addestratori e Ciappi), musiche strappacuore in dolby surround, che utilizza non meno di 45 cani diversi per la parte di Hachiko e sposta l'azione dalla Tokyo degli anni '20 a una qualche megalopoli americana odierna, col risultato che invece della storia di un cane fedele oltre la morte, ciò che va in scena è quanto incredibilmente idiota sia quel quadrupede canino che per 10 anni non capisce quello che avrebbe dovuto capire in 10 giorni: il tuo padrone è schiattato e non tornerà più, meglio che segui quella cagna che hai visto sulla 57esima che secondo me è una che ci sta. Al cinema al posto degli occhialetti 3d ti danno direttamente una scatola di kleenex, perché a sto film DEVI piangere, anche per via di una sceneggiatura ridicola da un soggetto che, adatto a un'ora di film giapponese, trasportato a Hollywood non regge 15 minuti.

L'unica cosa che mi dà da pensare è la presenza di Richard Gere. Logica vorrebbe che sua fosse la parte principale, quella del padrone di Hachiko; se così fosse, visto che il padrone muore subito, Gere uscirebbe di scena e il film diverrebbe quasi vedibile. Siccome non credo che questo sia possibile, rimango col dubbio sul personaggio di Gere e mi vado a vedere Lost.

lunedì 25 gennaio 2010

I nazisti dell'Illinois, fase 1


Inauguriamo oggi una rubrica della quale so che sentivate la mancanza. La rubrica sarà una recensione cinematografica di film che non ho visto, una sorta di processo alle intenzioni, che può essere letta sia in chiave cinematografica, appunto (sto film non l'ho visto ma tanto si sa come funziona), sia in chiave giornalistica (sto film non l'ho visto, su internet ne parlano a catena, magari dicono un mucchio di stronzate).

La chiameremo I nazisti dell'Illinois, in un duplice omaggio sia a The blues brothers, film che non si può non aver visto, sia al bellissimo scambio di battute in House, M.D., puntata 1x05 "Damned if you do":

House: «Tu odi le suore. E non si odia chi non si conosce.»
Chase: «Conosco dei nazisti? No, ma li odio lo stesso.»


Cominciamo dunque col recensire, inevitabilmente, Avatar.
Iniziamo subito col dire che il 3D non serve a niente, peggio, serve a qualcosa: a far stare la gente con la bocca aperta dimenticandosi così della banalità della trama. Sì perché la trama è quanto di più elementare si possa scrivere: i cattivi sono cattivi perché sono tecnologici, armati, i buoni sono buoni perché amano la natura e la rispettano, il cattivo si infiltra tra i buoni e diventa buono, combatte i cattivi e, contro tutte le probabilità, vince.
La ragione di essere del film, si dice, è negli effetti speciali. Lasciando da parte il 3D, c'è tutto il mondo alieno, gli animali, le piante e gli stessi Na'vi, creati al computer. Sinceramente quel poco che ho visto non mi ha fatto gridare al miracolo: il fotorealismo è ancora lontano. Una cosa che proprio non mi va giù è che ancora insistono per usare il motion capture da attori reali per animare i personaggi digitali. È un barare, è un prendere la strada più semplice: finché non sarà il computer stesso a generare movimenti realistici, invece di importare i movimenti di veri attori, gli effetti speciali non saranno altro che un colpo di vernice sullo schermo.
Come tutti i registi Cameron fa sempre lo stesso film: la tecnologia che soccombe di fronte alla potenza della natura (i marines di Aliens, supertecnologici e superaccessoriati, soccombono di fronte ai selvaggi alieni che squartano e sventrano a mani nude; l'inaffondabile Titanic viene affondato da un iceberg; The abyss sembra uscire da questo schema solo se non avete visto il Director's cut), quindi non mi aspetto nessuna variazione.
Unico punto a favore, che varrebbe da solo il prezzo del biglietto: Sigourney Weaver che fuma una sigaretta. Alla faccia dei deficienti che boicottano Avatar perché insegna valori negativi. Non perché ci sono i marines che vogliono sterminare un popolo, no: perché un personaggio fuma. Ridicolo come solo gli americani possono essere.

giovedì 17 dicembre 2009

Standing on the shoulders of giants


Un giorno di dicembre lessi questo trafiletto in prima pagina di Repubblica.

Lessi del grande ritorno di De Sica, Gassman e Tognazzi, nel nuovo film di Natale.

Poi lessi l'anno, era il 2009. I due Vittorio e Ugo erano morti da tempo.

E piansi, piansi lacrime amare.

venerdì 15 maggio 2009

Star Trek non è Star Trek


Nell'annosa diatriba bambinesca su "chi è meglio tra Guerre Stellari e Star Trek" scelgo senza ombre di dubbio il secondo. Guerre Stellari e Star Trek rappresentano gli antipodi della visione della fantascienza: l'impianto di Guerre Stellari è di tipo semi-ottocentesco, conservatore, debitore del fantapulp che ha suo modello Jack Williamson - se siete appassionati La legione dello spazio (1934) è un opera seminale. In Guerre Stellari non ci sono mezze misure: c'è il lato Buono e il lato Oscuro della forza, in una divisione manichea che andava certamente bene negli anni '30 a Williamson e alle sue cattivissime Meduse, ma non certo nel 1977.
Star Trek al contrario è la visione progressista, "umanista" nel senso più ampio del termine, in cui le diatribe si risolvono con la diplomazia e non con le Morti Nere: perfino gli alieni più cattivi - i Klingon, per esempio - non sono poi così cattivi; o i Cardassiani, spie e torturatori ma al tempo stesso artisti incomparabili in tutta la Galassia.

Questo cappello solo per dire perché mi piace Star Trek. In quarant'anni, cinque serie e dieci film gli scrittori sono riusciti a creare un Universo complessissimo, "realistico" se mi passate il termine, e anche se talvolta le singole puntate non sono all'altezza, l'insieme che ne esce è maestoso.

Bene: l'ultimo film di Star Trek, diretto da JJ "Lost" Abrams, cancella con un colpo di spugna tutto questo. La serie classica, Next Generation, Deep Space 9, Voyager, Enterprise... non sono mai esistiti.

Da qui in poi svelerò parecchie cose, quindi SPOILERS AHEAD!

Un mariuolo romulano viaggia indietro nel tempo per cambiare la Storia e salvare Romulus dalla distruzione, e al contempo punire il vulcaniano Spock per non aver salvato il pianeta. Per la sua vendetta non trova niente di meglio che distruggere il pianeta di Spock, Vulcano. Prepara un'arma divora-pianeti (Morte Nera, anyone?) e la punta su Vulcano.
A questo punto, al cinema, sospettavo ci fosse qualcosa che non andava: nella cronologia di ST non ci sono questi eventi, ma ho comunque concesso il beneficio del dubbio. Pure quando l'Enterprise tenta di evacuare i genitori di Spock dal pianeta ma non riesce a teletrasportare la madre, ho pensato "ma nelle serie successive compare diverse volte, non può essere morta, ricomparirà più tardi in qualche modo". Quando poi, però, il pianeta Vulcano scompare diventando un buco nero, e Spock devastato pensa alle 6 miliardi di vite perdute, allora ho pensato "c'è davvero qualcosa che non va".

FINE SPOILERS

Hanno creato un'altra cosa. Se andate al cinema convinti di vedere Star Trek, questo non è Star Trek. È qualcosa di differente, i personaggi hanno gli stessi nomi, le astronavi sono simili, ma è tutto qui.
Mi chiedo come mai non esistano scrittori capaci di creare qualcosa all'interno di canoni definiti. Voglio dire, qua non si tratta dei piagnistei da trekker del tipo "nella puntata 412 si dice che l'infermeria è in fondo alla nave, qua invece è in cima" (ci sono anche erroracci del genere, non preoccupatevi: la presenza di Chekov, che nella serie classica compare solo nella seconda stagione e che, secondo canone, avrebbe solo 13 anni all'epoca di questo film; l'Enterprise in costruzione in Iowa invece che a San Francisco; orioniane nella Flotta Stellare): qua si parla di aver distrutto tutto.

Star Trek è morto, viva Star Trek.

mercoledì 6 maggio 2009

Spara che ti passa


Continua la nostra ricerca del film con la trama meno credibile della storia. Ho scoperto che i film sui reality show sono ottimi candidati per la vittoria, come lo era ad esempio Battle royale. Quest'oggi, infatti, presentiamo un altro film del genere:

Live! - Ascolti record al primo colpo, di Bill Guttentag - 2007

In pratica c'è una scrittrice televisiva che vuole fare il botto. Col suo team di scrittori si inventa un gioco rivoluzionario: 6 giocatori si sfidano alla roulette russa, un solo proiettile, chi lo becca muore e gli altri si prendono 5 milioni di dollari a testa.

Ora, la prima parte del film vede il team alle prese con la definizione del programma. Visto che la roulette russa vera e propria durerebbe due minuti, uno dei collaboratori se ne esce con una idea "geniale": mostrare un video-profilo dei giocatori prima del gioco. Tutta contenta la scrittrice per questa idea nuovissima. Peccato che a Il grande fratello si faccia lo stesso già da dieci anni.
Subito dopo, la battaglia di fronte all'organismo garante della TV per permettere la messa in onda. Si prospetta un'udienza di fuoco, invece basta che il produttore dica due stronzate sulla libertà di opinione (cazzo c'entra?) e il garante lascia tranquillamente passare il programma, a patto che venga trasmesso all'una di notte e che, nei video-profili, non si vedano assolutamente tette né persone che mentono.
Arriva la messa in onda. Il programma funziona così: il giudice carica la pistola con un solo colpo, viene sorteggiato il primo concorrente, gli si dà la pistola in mano e questo se la punta alla tempia. Musica d'atmosfera, il concorrente tira il grilletto. Se sopravvive, gli si dà l'assegno e fuori dalle balle, e la pistola passa al secondo sorteggiato, e così via, fino all'ultimo.

Ora conviene fare alcune considerazioni:
  • e se il primo concorrente, per sfiga, becca il proiettile? Tempo 1 minuto, e il programma è finito;
  • e se, arrivati al quinto concorrente, il proiettile non è ancora uscito? Che si fa, si obbliga l'ultimo concorrente a spararsi, certo di lasciarci le penne?
  • e se uno dei concorrenti sbrocca e ammazza un altro?
  • e se uno dei concorrenti, al momento topico, si rifiuta di premere il grilletto? Che si fa, lo si costringe?
Nel film, è il quinto concorrente a lasciarci le penne. Si spara, crolla a terra. La morosa, seduta in platea, si limita a piangere: non è che si alza, corre verso il corpo del moroso, no. Rimane seduta in platea a piangere sommessamente, mentre tutti attorno a lei si alzano a festeggiare l'ultimo sopravvissuto. Nessun medico, niente di niente. Il tizio morto viene semplicemente... dimenticato.
La produttrice, fino all'ultimo secondo esaltatissima per le notizie dello share al 60% (all'una di notte anche Marzullo fa il 60%, comunque), quando vede il morto ha una crisi di coscienza. Dopo che vede il morto.

Sarà implausibile perché la TV è implausibile, non lo so. Ma che difficile sospendere l'incredulità, con film come questo.

domenica 19 aprile 2009

Battaglia reale


Nella caccia al film con la trama più improbabile, iniziata già in questo post, oggi abbiamo un nuovo vincitore:

Battle royale, di Kinji Fukasaku - 2000

In pratica in un futuro non precisato, in Giappone, il governo ha passato una legge chiamata "battle royale" che obbliga i componenti di una classe scolastica scelta a caso a venire deportati su un'isola deserta e, sostanzialmente, a tentare di ammazzarsi l'un l'altro fino a che ne rimarrà solo uno.
Perché? Diranno i nostri piccoli lettori. La risposta la dà il professore della classe, interpretato da Takeshi Kitano: "Perché ci sfottete."

Ora, il film è anche bello. Però la palma di "most implausible film ever" quest'oggi va a lui, e direi che c'è veramente poco altro da aggiungere.

mercoledì 15 aprile 2009

Chi meno spende più guadagna


In questi giorni pasquali - e di raffreddor/rincoglionimento - mi sono fatto una discreta mangiata, oltreché di uova di cioccolato, anche di film di fantascienza: gli ultimi li potrete trovare elencati nella sezione Last programmed movies. In generale sono filmoni big-budget, state-of-the-art, kick-in-the-ass, che puntano massicciamente sugli effetti speciali, attori famosi, family feeling per un franchise come ad esempio Starship troopers 3 e Alien vs Predator 2.

Tra tutti questi film il migliore in assoluto, di gran lunga, si chiama Primer, diretto prodotto sceneggiato interpretato dallo sconosciuto Shane Carruth, costo totale dell'operazione: 7000$.

Ve lo consiglio caldamente, andate subito ad affittarlo... OOPS! Per qualche oscura motivazione ancestrale, questo film del 2004 non è mai stato distribuito in Italia. Niente. Zero. Zip. Quindi delle due l'una, o andate su qualche sito inglese/americano che spedisce DVD anche in Italia, o vi affidate al caro vecchio mulo sul torrente e lo prelevate, fornito anche di sottotitoli degli impagabili ragazzi di Italian subs addicted.

La storia, vi avverto sin da principio, è da mal di testa. In pratica 4 (più tardi 2) ragazzi stanno lavorando nel garage di casa per costruire un superconduttore, e salta fuori che, dopo un po' di rimaneggiamenti, quel che hanno costruito in realtà è una macchina del tempo. Un po' particolare, comunque: funziona solo per tornare indietro nel tempo, va accesa nel momento in cui si pianifica di emergere, e bisogna entrarci dopo. Il tempo che bisogna passare dentro la macchina è esattamente il tempo passato dal momento dell'accensione a quello dell'"emersione".
Un esempio: accendo la macchina alle 10, se io pianifico di entrarci poi, emergerà dalla macchina il mio futuro me stesso. Entro nella macchina alle 18, ci passo 8 ore dentro e ne riemergo alle 10 della stessa giornata.

Insomma questi due ragazzi la usano. E pure parecchio. Talmente tanto che vedendo il film se ne perderà il conto, e andrà rivisto diverse volte per sbrogliare il bandolo.

Insomma, vedetelo e mi saprete dire. E se non l'avete capito la prima volta, potete sempre tornare indietro nel tempo e rivederlo.

PS: La macchina nella foto non c'entra niente col film. Non sta a Primer come la DeLorean sta a Ritorno al futuro. È solo che si chiama Ford Primer, mi sembrava simpatico.

domenica 12 aprile 2009

Indovina


Se mai doveste decidere qual è il film con la trama più stupida in assoluto, potrei darvi una mano a scegliere.

Next, di Lee Tamahori - 2007

Se leggete i titoli, o andate su imdb, vedrete che è tratto da Philip K. Dick, che da morto sta venendo fottuto più che da vivo, anche se almeno l'inizio è saccheggiato da un racconto di Asimov (Roger, o della gravità), che aveva avuto due stesure completamente differenti, una buona e una cattiva. Indovina quale delle due viene utilizzata qui...

Comunque. Sostanzialmente è la storia di tizio (Nicolas Cage, che invecchiando perde capelli e espressioni facciali allo stesso ritmo) che riesce a prevedere il proprio futuro, due minuti alla volta. Per vivacchiare fa - indovina - il veggente in uno show di Las Vegas.
Una poliziotta tostissima (Julianne Moore, che invecchia anche lei ma lo fa con una grazia concessa solo alle ginger red) ha la soffiata che un gruppo criminale ha introdotto - indovina - una testata atomica in California e vuol farla detonare. Questa mentecatta, invece di sguinzagliare tutta l'FBI alla ricerca della testata atomica, passa un'ora e mezza di film a spendere milioni di dollari dei contribuenti per cercare Nicolas Cage, del quale ha scoperto il segreto, per costringerlo a prevedere il futuro e a dir loro dove si trova la bomba. Gli altri poliziotti, invece di mandarla a cacare con frasi del tipo "boss, qua ci abbiamo 20 kilotoni di protoni fumanti sotto le chiappe e tu vuoi metterti a cercare il mago Silvan?" la assecondano in maniera gaia e gioiosa.
Nicolas Cage, come detto, riesce a prevedere il futuro solo due minuti più in là. Sempre. Tranne un "ricordo" particolare che ha, legato - indovina - a una donna, che ancora non ha incontrato ma per la quale riesce a prevedere il futuro con giorni di anticipo. Questa donna (Jessica Biel, la prova dell'esistenza se non di dio, almeno dell'arcangelo Michele), lo manda a quel paese in almeno 5 o 6 futuri alternativi, ma al settimo Cage fa centro e si fa la ragazza. A questo punto, ci starebbe un bel: "Così son buoni tutti".
Senza spoilerare troppo, l'esistenza di questa ragazza - indovina - sarà cruciale per la risoluzione dell'enigma.

Indovina qual è il mio consiglio, sul film dalla trama più stupida della storia del cinema?

venerdì 20 marzo 2009

Scena gelatino


Non so quanti di voi hanno presente il film Viaggi di nozze, di Verdone. La prima volta che lo vidi fu sull'autobus, in viaggio verso Praga, gita di quinto: doveva essere il 1998. Non è del film che voglio parlare, ma in particolare di una scena: quando al vecchio padre di Giovannino cade il gelato in terra e con lo sguardo da cane bastonato guarda il figlio e gli fa: "Gelatino..."
Ogni volta mi si stringe il cuore, da lacrime agli occhi, davvero. Ogni volta che vedo una scena simile, da qualche parte, mi succede lo stesso. È la "scena gelatino", anche la Picciula mi prende in giro. È il bimbo che perde tutto il suo mondo, che si dispera per quello: i bimbi che fanno semplicemente i capricci non mi impressionano.

Mi è ritornata in mente leggendo questo articolo sul piccolo Carlo Ancelotti, in particolare quando racconta:

Ricordo di avergli rotto le scatole [al papà, ndSpino] per settimane perché mi portasse a vedere l'Inter. Il posto più comodo era Mantova. Doveva essere il '71, so che c'era Boninsegna. Arriviamo lì, tutto esaurito. Cancelli chiusi. Mi metto a piangere a dirotto fuori dal cancello, in genere funziona, ma lì c'era uno duro, mica facile intenerirlo. Ha resistito un tempo, l'Inter era sotto di un gol. Poi mi ha detto dai, passa. L'Inter ha vinto 6-1

Rileggendola, visto il "ma lì c'era uno duro, mica facile intenerirlo" sembra più un capriccio che una scena gelatino.
Però sul momento mi ha fatto tenerezza.

sabato 14 marzo 2009

Improbabilità infinita


Stanotte, durante l'ormai solito delirio da febbre alta, ho analizzato a fondo le ultime due opere registiche di Clint Eastwood: Changeling e Gran Torino. Ad una visione superficiale sono bei film: curati, "classici" come ormai tutti dicono dei film del vecchio Dirty Harry.
Ma in realtà c'è una cifra stilistica nascosta che lega di più questi due film. L'inverosimiglianza.


Partiamo dal più recente, Gran Torino. Clint è Walt, un reduce della guerra di Corea che ha passato gli ultimi cinquanta anni a odiare i musi gialli con tutte le sue forze, e che, dopo che un asiatico ha tentato di rubargli la sua amatissima Ford Gran Torino (che ama molto più dei suoi figli e nipoti, ritratti come vere e proprie macchiette) non gli strappa la testa a morsi, no, lo prende sotto la sua ala, SPOILERS! lo protegge da una banda che lo molesta e arriva a sacrificare la sua vita per lui FINE SPOILERS. Tutto questo in pochi giorni. Verosimile?

Ma Changeling lo batte. Se non fosse tratto da una storia vera (ho dovuto rileggere 3 o 4 volte la scritta per sincerarmene davvero) l'avrei classificato come "fantascienza". La Jolie è una mamma negli anni '20, alla quale rapiscono il figlio. Dolore e disperazione. Il corrotto dipartimento di polizia della sua città (presentato proprio così: "Sappiamo tutti che il dipartimento di polizia di Los Angeles è il più corrotto degli Stati Uniti"), per pararsi la faccia inventa l'impensabile: ingaggia un ragazzino vagabondo per far finta di essere il figlio della Jolie, inventarsi di esser stato rapito e di esser stato salvato eroicamente dagli agenti. Ovviamente, la Jolie quando vede il ragazzino dice "ma guardate che questo non è mio figlio". "Ma sì che è suo figlio", le rispondono, "è che è passato un po' di tempo, i ragazzini a quest'età cambiano tantissimo in poco tempo". "Ma dio bono", prosegue la Jolie, "sono la mamma, saprò bene se è mio figlio o no?" "Eh no", le rispondono ancora, "lo stress, il tempo passato, ma suvvia, è suo figlio e basta".

Giova dire che sto bambino non aveva 2 anni, ma 8-9. Insomma, la cosa veramente assurda è che nessuno crede a lei. Nessuno, manco uno. Solo uno, che contribuirà alla risoluzione dell'enigma, ma solamente dopo essersi imbattuto in solide prove indipendenti.

Bisognava capirlo che Clint sarebbe arrivato a questi eccessi di improbabilità, sin da Pink Cadillac. Già perché nessun uomo andrebbe mai in giro in una Cadillac rosa.

martedì 20 gennaio 2009

Soluzione al sette per cento


Secondo auditel, il 24% del pecorone pubblico televisivo vede il Grande Fratello, il 13% X-Factor. Una fiction qualunque sulla rai ottiene il 16%.

La7 manda in onda W., il film di Oliver Stone sulla vita di George Bush, a una settimana dalla difficilissima uscita italiana nelle sale e il giorno prima dell'insediamento del suo successore Barack Obama.

Un "grandissimo successo", ottiene quasi il 7%.

Basterebbe solo la forza di questi numeri a far capire qual è l'unica rete intelligente in Italia.

giovedì 20 novembre 2008

Agitato, non mescolato


Non è reazionario James Bond secondo voi?

Uno tutto Patria e Regina, che risolve i problemi sparando e ammazzando, che tratta le donne come calzini e spende e spande in cose futili.

Eppure c'è chi s'è stupito di questa definizione.

L'unica cosa peggiore di Bond? Il Bond di Daniel Craig. Uno che assomma in sé tutte le caratteristiche precedenti insieme ad un'estrazione (e un fisico, e un volto) decisamente proletaria.
Un proletario reazionario.

Ecco perché non mi piace proprio: il Bond di Daniel Craig non ha coscienza di classe.

venerdì 7 novembre 2008

Zidane e la Marianna parlerebbero irlandese


La mia Picciula va pazza per i cartoni animati di Asterix.

Sinceramente non sono i miei preferiti: credo che sia dovuto alla francesità dei protagonisti e dei disegnatori. Sì, se non lo sapevate, detesto i francesi.

Ma alla fine non è che mi dispiaccia guardare Asterix. L'importante, quando vedo Asterix e Obelix pigliare a calci nel sedere i Romani, è ricordare che tutto questo non è mai avvenuto: la pozione magica non è mai esistita, i Romani hanno davvero conquistato tutta la Gallia e gli equivalenti real life dei due eroi di Goscinny e Uderzo sono stati travolti dalle legioni di Cesare.

E allora mi rilasso, e mi concedo un sorrisetto di superiorità.

Ora vi saluto, ho lezione. Il professore? Un francese.
(Ripetere per dieci volte: Asterix non è mai esistito, Asterix non è mai esistito...)

martedì 28 ottobre 2008

Spocklar


Una delle prime immagini circolanti del prossimo film di Star Trek, in uscita nel 2009. Zachary Quinto è Spock, ma in realtà, come potete ben vedere, è ancora, anche e soprattutto Sylar.

sabato 20 settembre 2008

Il giorno del giudizio critico


Per incontrarmi col mio amico ed ex-coinquilino Orrore, vista la nostra passione comune per la settima arte, ogni tanto ci sentiamo per andare al cinema.

L'altro giorno il discorso via Skype era più o meno questo:

Orrore: ciao Frodo! Andiamo al cinema a vedere qualcosa giovedì?
Spinoza: ciao Orrore! Va bene dai, andiamo a vedere Pupi Avati?
Orrore: ma stai scherzando? No, no. Piuttosto, andiamo a vedere il film di Pappi Corsicato.
Spinoza: ma sei fuori? E chi diavolo è? "Pappi", non si capisce manco se è un uomo o una donna...
Orrore: perché "Pupi" si capisce?
Spinoza: vabbè dài, ora guardo su Cinematografo.it e vedo cosa danno.
...
Spinoza: guarda, c'è o Kung Fu Panda...
Orrore: ...no, no, per carità...
Spinoza: ... o Hancock...
Orrore: nooo, non me ne tiene...
Spinoza: il resto, cacate... mah, c'è questo Doomdsay, unico spettacolo 22.50, film apocalittico.
Orrore: e va bbuono, jà.

Giovedì sera andiamo a vedere Doomsday - Il giorno del giudizio di Neil Marshall.

Tremendo.

È un incredibile miscuglio di film diversi, attaccati assieme con lo sputo, e di una tamarraggine senza confini.
  • inizia come 28 giorni dopo: un virus letale scoppia in Scozia, decima la popolazione, cosicchè la Scozia viene isolata mediante un muro tipo quello tra il Messico e gli Stati Uniti;
  • continua come 1997 fuga da New York: dopo 30 anni una soldatessa truzza con un occhio di vetro viene ingaggiata per entrare in Scozia e cercare un dottore che - forse - ha una cura;
  • prosegue come Mad Max oltre la sfera del tuono: la Scozia è piena di individui immuni che sono regrediti al medioevo, corrono su automobili truccate da baraccone e staccano teste per poi cucinarle.
  • continua ancora come Il gladiatore: la soldatessa truzza viene resa schiava e combatte nell'arena contro un colosso ricoperto d'armatura;
  • finisce come xXx, con un mega inseguimento pieno di piroette e di azioni sboronissime che la soldatessa truzza esegue con inspiegata nonchalance.
Il tutto condito di parentesi realmente imbarazzanti: il capo degli scozzesi, pettinato come un mohicano, che presenta su un palco illuminato da luci elettriche (ma l'energia non era stata interrotta 30 anni prima? Mah) due spogliarelliste e 4 ciccioni che ballano il can can, il tutto dimenandosi come un tarantolato e perfino gettandosi sulla folla come un qualsiasi rocker da strapazzo; sempre lo stesso capo degli scozzesi che guida la sua tamarro-mobile con al fianco il cadavere mutilato della morosa, decapitata durante la fuga dalla soldatessa truzza, e si incazza quando una freccia scagliata da uno dei "buoni" la trafigge alla testa che, ripeto, era già staccata dal corpo per conto suo.

Eravamo in 4 in sala, compresi Orrore e me. Il film è stato su per circa 2 giorni. Un solo spettacolo al giorno. In tutta la permanenza a Bologna, Doomsday ha guadagnato una sessantina di euro.

Ora capisco perché.

giovedì 18 settembre 2008

Affari infernali



L'altro giorno ho visto The killer, film hongkonghese di John Woo del 1989.

Non riesco a capire come mai il Mereghetti dia 4 stelle su 4 - e il Morandini 4 stelle su 5 - a una tale pomposità iperomistica, piena zeppa di morti ammazzati (credo che il body count veleggi ampiamente sopra i 100). I protagonisti vengono assaliti da decine di deficienti armati che piombano nel bel mezzo del fuoco facendosi puntualmente crivellare di colpi; incassano proiettili alle spalle, alle braccia, perfino allo stomaco, senza battere - quasi - ciglio; non rimangono mai senza proiettili, i loro caricatori hanno sempre almeno una trentina di proiettili; declamano frasi da filodrammatica tipo:

- Vorrei avere un amico come te.
- Lo avrai... nella prossima vita.

- Sembra determinato... senza essere spietato. C'è qualcosa di eroico in lui. Non sembra un killer. È così calmo... agisce come in sogno... i suoi occhi sono pieni di passione.

- Ero convinto che quelli che uccidevo meritassero di morire. Ora credo che chiunque abbia il diritto di vivere.


E soprattutto, mi fa incazzare che un vero capolavoro del cinema di Hong Kong, Infernal affairs di Andrew Lau, abbia preso solo 2.5 da Morandini e sia addirittura ignorato dal Mereghetti.

Da una parte complessità psicologiche (il mafioso infiltrato nella polizia che rinnega le sue origini malavitose e dà la caccia al mafioso, che in realtà è un poliziotto infiltrato nella malavita); scene ribaltate da un semplice movimento della mano; virtuosismi registici (la scena dell'inseguimento elettronico). Dall'altra due malati di testosterone che sparano a tutto quello che vedono.
Morale della favola? Lau è rimasto semi-sconosciuto; Woo è finito dritto a Hollywood. La meritocrazia latita, non solo in Italia.