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venerdì 4 gennaio 2013

Keep my big mouth shut

Di solito, all'inizio di un nuovo anno - o alla fine di quello vecchio - si stila una lista di (usualmente buoni) propositi per l'anno che verrà. Propositi che il più delle volte verranno accantonati intorno al 13 gennaio, soprattutto quelli che richiedono una costanza attiva: dieta, tenere in ordine la casa, robe così. Possiamo per il momento sorvolare anche sulla nozione che "nuovo anno" sia un concetto astratto e convenzionale, e che quindi sia perfettamente giustificabile ricorrere all'argomento "ma guarda che io celebro il capodanno ortodosso" e cambiare idea a ripetizione, sostituendovi quello cinese, il tibetano fino ad arrivare al Rosh haShana ebraico, in un continuum di procrastinazione che dura 365 giorni pieni.

Oltre a quelli seri e per questo terribilmente noiosi, anche io ho un proposito per il nuovo anno: parlare meno. Ho deciso di evitare il più possibile lo scambio di idee e opinioni, dal momento che non serve a nulla - non cambierò certo idea perché qualcun altro ce l'ha diversa, e viceversa.

Avevo in mente - e in parte avevo già scritto - un post per liberarmi prima della penitenza e scrivere tutto quello che penso. Ma credo proprio che non lo pubblicherò. Seguo il calendario gregoriano, e il capodanno è entrato 4 giorni fa. Sono già in ritardo.

giovedì 23 agosto 2012

L'arte del caffè


I tedeschi, si sa, amano l'arte, le cose belle e il buon mangiare, sebbene siano totalmente incapaci di distinguerle. Per i tedeschi le cose belle sono quelle che altri tedeschi hanno detto esser belle, che hanno sentito da altri tedeschi ecc ecc... Il loro gusto si basa sul passaparola, in buona sostanza. Non si capirebbe perché migliaia di tedeschi si accalchino sulle rive del Lago di Garda, soprattutto in due o tre località (Limone, Riva). Per carità, bello il Lago di Garda, ma per il tedesco sembra esistere solo quello. Quando abitavo ancora a Monaco, ricordo che il servizio infotraffico di radio Antenne Bayern avvertiva di code al Brennero "richtung Gardasee", "direzione Lago di Garda": mica "direzione Italia", no, "direzione Lago di Garda".
In questo quadro, l'arte per il tedesco si limita a quelle 3-4 cose che conoscono tutti: Mozart, Leonardo da Vinci, Picasso. Per quanto riguarda il cibo, poi, per il tedesco è buono tutto quello che porta scritto "buono" sopra. Al supermercato prendevo spesso roba di marca "Gut und günstig" (buono ed economico), che erano sì günstig, ma non sempre gut. O anche qualsiasi cosa che sappia vagamente d'Italia, per il tedesco è buono: come spesso accade anche in altri Paesi del mondo (e viceversa, in Italia con la cucina estera), il cibo in questione ha soltanto una vaga somiglianza con quello originale. Il caffè ad esempio: da qualche parte nel medioevo un tedesco deve aver saputo che in Italia si produceva una bevanda esotica inebriante dal gusto meraviglioso e deve aver provato a riprodurla. Senza successo, stando alla bevanda che si ritrovano ora, ma per loro era una bevanda "italiana" e quindi hanno deciso fosse buona. E le decisioni prese, anche quattrocento anni fa, non si cambiano: i tedeschi amano la coerenza.
In ogni caso, venendo al quid, forse c'è ancora speranza. Piuttosto che berle, alcuni tedeschi hanno usato delle tazze di caffè con più o meno latte per un compito più sensato: comporre un'opera d'arte. In questo caso ancora la solita Monna Lisa, ma attendiamo con ansia che qualche tedesco si accorga dell'esistenza di altri dipinti nel mondo, e trasmettere questa conoscenza all'intera sua specie. Va già bene che non l'abbiano bevuta, quella brodaglia.

giovedì 31 maggio 2012

Tempus fugit

Neil Sedaka cantava "Oh Carol" quando aveva vent'anni esatti.


Paul Anka si disperava per Diana a sedici anni.

Il povero Ritchie Valens se n'è andato a diciotto anni, nel "giorno in cui la musica morì", insieme al


ventitreenne Buddy Holly.


Io dico che avevano tutti più di quarant'anni e avevano mentito sull'età per evitare di andare in guerra. O forse c'era stata un'epidemia di progeria.

martedì 13 dicembre 2011

Aging neuromancer


Sai come si capisce che uno sta invecchiando? Non sono gli acciacchi, non è il fiatone che ti arriva quando fai una rampa di scale, ché quella ce l'hai sempre avuta perché non ti muovi mai e fumi 10 sigarette al giorno; non è neanche il divenire più amari o al contrario più accomodanti, quella è semplicemente evoluzione, non necessariamente negativa o positiva.

Si capisce che si sta invecchiando quando, qualsiasi persona incontri o vedi per strada, pensi "ma io quello l'ho già visto da qualche parte". Il tuo cervello non ne può già più delle informazioni che assorbe da una vita dal mondo esterno, e invece di creare nuove caselle di memoria per le nuove facce, riutilizza quelle vecchie. O forse "non sono gli anni, tesoro, sono i kilometri".

Tutto questo da un lato è preoccupante (sto esaurendo i GByte a disposizione e purtroppo non hanno ancora inventato le chiavette USB neurali), dall'altro ho un'ottima fonte di materiale per la mia rubrica Spin-off. Anche se nel cambio dubito di averci guadagnato.

venerdì 20 maggio 2011

Il mare in Baviera


C'è aria di mare oggi in Baviera. Sssì, lo so che il mare in Baviera non c'è, anche se hanno questo meraviglioso concetto esplicato dalla parola "See": al maschile vuol dire "lago", al femminile "mare", così uno può anche sognare.

Non so perché mi viene da dire che c'è aria di mare. Non è particolarmente caldo, anzi, dopo la tempesta di lampi di ieri sera (e conseguente scrollone di temporale) si è fatto piacevolmente fresco. Il sole però è tornato a splendere fiero, avete presente quelle giornate limpide, con quella luce così piena che gli oggetti sembrano incisi, più "veri", più tridimensionali? Ecco, oggi è una di quelle giornate. Saranno le tedesche in bicicletta in canotta e pantaloncini (mentre io giro ancora in felpa), sarà un vago odore di crema solare nell'aria, sarà l'odore lasciato dal temporale, sarà radio Antenne Bayern che giusto quest'oggi mi ha accompagnato con musica anni '80 che mi ha riportato alle estati passate da bambino sulle spiagge marchigiane, ma oggi una giornata di mare me la farei volentieri.

È vero, ho sempre detto di detestare il mare. Confesso, non è del tutto vero. Odio il mare per quel che rappresenta in termini di affollamento estivo, cafonaggine, urla, casino. Odio il mare d'estate. Gli altri nove mesi dell'anno il mare è bellissimo.

giovedì 7 aprile 2011

Frühling in München


Sono giornate come queste in cui capisci veramente che hai bisogno del loro opposto per apprezzarle veramente. L'inverno bavarese ti opprime così tanto che la primavera, data quasi per scontata quando ero in Italia, oggi mi appare come una rivelazione.

Credo che ogni posto in cui viviamo o abbiamo vissuto abbia una "sua nostra stagione preferita": a Bologna per me era l'autunno, a casa dei miei forse l'estate, più per i ricordi d'infanzia - giornate intere passate sul dondolo in terrazzo a leggere e a godere della luce e della fine della scuola. Qui a Monaco è la primavera, senza dubbio.

giovedì 31 marzo 2011

Elettroni di valenza


Buongiorno? No, grazie
Passeggiando con il cane, si arriva a scoprire un paesaggio che cambia. E con esso, le persone

Quanto odio questo tipo di articoli. E non solo di articoli, ma di discorsi in generale. Il "se stava mejo quanno se stava peggio" è uno di quei luoghi comuni che le vecchiette, in fila dal medico, si scambiano tra l'elenco dei dolori fisici e quello dei nipotini, seguito poi dal "nun ce stanno più 'e mezze staggioni, nun se sa ppiù come vestisse" - preludio di un apocalittico scambio di tristezze fino a dieci anni fa centrato sul "buco d'aazoto" e che oggi invece poggia sul "riscaldamento globbale", molto più di moda.

La Repubblica invece piange sulla perdita dei rapporti di buon vicinato, sul "nun ce se saluta ppiù, manco conosci quello che te abbita a fianco". È una forma mirata del già citato "se stava mejo quanno se stava peggio", centrato sulle persone e non sui "pommodori che sapeveno de pommodori": che bello quando cinquant'anni fa andavi alla festa di paese col tuo vicino di casa, che vicino non era per niente perché la sua casa distava 500 metri, di confinante avevi solo il campo e i litigi e i dispetti per i reciproci sconfinamenti erano all'ordine del giorno. Che bello scendere dal vicino dell'appartamento di sotto a chiedere un po' di latte perché l'avete finito, e il vicino vi dà la bottiglia dopo averci però sputato dentro perché camminando con gli zoccoli nell'appartamento di sopra fate sempre un sacco di rumore. Che bello andare al parco per farsi una sacrosanta boccata di cazzi propri e essere "socialmente costretti" a salutare tutte le persone che incontri, come invece fa volentieri l'articolista.

Per quanto mi riguarda, non rimpiango affatto il passato. Nell'idilliaco mondo passato teorizzato da Repubblica, in realtà l'uomo era prigioniero. Prigioniero non di quattro mura o di sbarre, ma socialmente prigioniero: non potevi sceglierti le persone con cui interagire giornalmente, dovevi semplicemente accontentarti di quelle che il Caso aveva posto a fianco a te. E non fa niente se non avevate nulla in comune, se non la (s)ventura di vivere a portata di voce l'uno dall'altro. Capita così che un amico diventi tale non già per interessi comuni, ma solo per lo stesso motivo per cui gli atomi di carbonio stanno assieme in un anello benzenico: prossimità ed elettroni di valenza (The big bang theory, 2010).
I "surrogati elettronici", come vengono definiti, "indiretti, impersonali e apatici" sono la vera liberazione sociale dell'uomo. Finalmente puoi essere amico delle persone che davvero vorresti come amiche, non quelle che ti sei ritrovato tra capo e collo. E sebbene alcune persone che conosci dall'infanzia, amici per caso per così dire, siano davvero preziose - per me, come per tutti - rivendico il mio diritto di camminare per strada senza guardare in faccia a nessuno. Le mie relazioni me le costruisco io, non lo lascio fare a Democrito "che il mondo a caso pone".
Buongiorno? Dipende.

mercoledì 9 marzo 2011

Fahren Sie die Autobahn?


L'italiano medio, quando pensa alla Germania, pensa sostanzialmente a tre cose:

  1. I nazisti;
  2. le Autobahnen;
  3. la gnocca.
Per quel che riguarda i nazisti, è bene sapere che i tedeschi vivono ancora come un trauma questa parte della loro storia, quindi non è davvero il caso di nominarla di fronte a uno di loro (a meno che non sia solo, più piccolo di voi e vi stia veramente sulle palle). Per quel che riguarda la gnocca, ne parlerò diffusamente in futuro, per ora sappiate che nello stereotipo c'è del vero e c'è del falso.

Le autostrade tedesche sono conosciute e mitizzate in tutto il mondo per due motivi fondamentali:
  1. sono gratis;
  2. non hanno limiti di velocità.
Per la prima, non c'è che dire: niente caselli, niente vignette, niente di niente. Le Autobahnen non si costruiscono né si aggiustano da sole, comunque, quindi da qualche parte i soldi dovranno pur trovarli. Presto detto: le tasse. Hai una macchina? Non ce l'hai? Ce l'hai ma non vai mai nell'Autobahn? Sticazzi, dice il legislatore tedesco. Fuori la pecunia.
Gli stranieri, che ovviamente le tasse le pagano - o non le pagano, ma questo è un altro discorso - nel loro Paese, sentitamente ringraziano. I tedeschi un po' meno, ma niente di drammatico.

Per quanto concerne i limiti. Le autostrade tedesche, di base, non hanno limiti di velocità, ma per quasi la metà del loro intero percorso (circa 6000 km su 12000) hanno in realtà un limite, il più delle volte completamente senza senso. Alcune volte è 120 km/h; spesso è 100; talvolta, in corrispondenza non si sa bene di che, perfino 80.

Capirete anche voi che tutto questo è molto pericoloso. Alcuni pensano che la pericolosità di tutto questo sia insita nelle parti senza limiti; altri, molti di più, ritengono che siano le parti con i limiti le più pericolose. Per dirimere la questione bisogna considerare fattori sociali, psicologici, fisici.

  • Fattore sociale: l'automobilista tedesco medio è maraglio. Non appena il timido sole bavarese si affaccia sulla città, il maraglio sfodera camicetta aperta sul petto, BMW Z4 elaborata decappottabile aperta, braccio fuori dal finestrino e heavy metal a palla. Tale personaggio, aspirando alla maraglità assoluta, sorvolerà le Autobahnen a velocità poco meno che relativistiche, gareggiando con altri maragli come lui e rendendo de facto inutilizzabili per tutti gli altri le due corsie autostradali più a sinistra.
  • Fattore psicologico, strettamente correlato al fattore sociale: il tedesco medio, non necessariamente automobilista, è frustrato sin dalla nascita. Nella terra del verboten, al tedesco è proibito quasi tutto quello che piace (con la reiterata scusa che è immorale, fa ingrassare, o contribuisce allo sterminio degli ebrei). Quello che in Italia, nonostante sia formalmente vietato, in realtà è solo blandamente sconsigliato (e infatti per rimediare abbiamo inventato il meraviglioso assolutamente vietato, che affascina e perplime il resto del mondo), per il tedesco è vietato. "Vietato calpestare le aiuole", "pista ciclabile", "lo sfruttamento della prostituzione minorile è un reato punibile con la reclusione da 6 a 12 anni" sono cose che in Italia fanno sorridere, ma qua vengono prese terribilmente sul serio. Tutto questo per dire che l'assenza dei limiti di velocità sulle autostrade, nonostante abbia un'origine assolutamente prosaica (la forte pressione lobbistica delle Case automobilistiche tedesche), al tedesco medio deve sembrare un dono quasi divino, da accettare e usare nella grazia del Signore per completare i 580 km tra Monaco e Berlino in meno di 3 ore.
  • Fattore fisico: l'automobilista medio, non necessariamente tedesco, più va veloce più fa danni. Per comprendere questo apparentemente semplice enunciato, bisogna sapere che l'energia cinetica è il lavoro che si deve compiere su un corpo di massa m, inizialmente fermo, per portarlo ad una certa velocità v. Ma è anche il viceversa: è il lavoro che un corpo di massa m, in moto a velocità v, deve compiere su qualcos'altro per fermarsi. La cosa importante da sapere (e che di solito sfugge a automobilisti e non, tedeschi e non) è che l'energia cinetica dipende linearmente dalla massa, ma quadraticamente dalla velocità. Sostanzialmente, se io con la mia 207 (m1=1400 kg) a v1=130 km/h mi schianto faccio danno 1, ma se si schianta uno col Cayenne (m2=2300 kg= 1.6 m1) a v2=200 km/h=1.5 v1 fa danno 1.6*1.5^2 = 3.6 volte maggiore.
In soldoni, i tedeschi sono portati a correre come disperati per far fronte a tutta una serie di inadeguatezze, le leggi dello stato glielo permettono per evitare di avere un esercito di frustrati ad assaltare il Reichstag, le leggi della fisica sono lievemente meno permissive e curano le inadeguatezze del tedesco con gravi lesioni e talvolta la morte.

lunedì 31 gennaio 2011

(In)tolerance: weather's struggle throughout the ages


Potrebbero sorgere molte domande sulla salute e il fisico dei tedeschi. Alcune risposte potrebbero non essere piacevoli, altre potrebbero essere stupide e insoddisfacenti, ma guardandoli si ha decisamente l'impressione che siano fatti di una pasta diversa rispetto ai popoli latini. Non si spiegherebbe, altrimenti, come riescano ad andare in bici in pantaloncini corti o camminare in maniche di camicia arrotolate con temperature per le quali io non uscirei di casa tout court, neanche se un terremoto mi stesse facendo crollare la casa. Ma la Germania non è zona sismica quindi non è pertinente.

Non volendo addurre le motivazioni poco piacevoli (non perché non veritiere, anzi, forse proprio perché lo sono), propendiamo decisamente per le stupide.

Il tedesco nasce e cresce in una landa ostile, dove qualsiasi altro popolo non dico evoluto, ma almeno fornito di buon gusto, non avrebbe neanche mai pensato di stabilirsi ma sarebbe fuggito a gambe levate.
La storia dell'umanità racconta che le civilizzazioni più antiche sono sorte in posti caldi, e via via le più recenti in posti sempre più freddi: la culla dell'umanità è nella valle del Rift, in Africa; poi abbiamo gli Egizi, e in un preclaro trend Sud-Nord i Greci, i Romani, i Sassoni, gli Angli, i Vichinghi. Estrapolando, azzardo che la prossima civiltà emergente sarà quella degli orsi polari. La postura eretta già ce l'hanno.

Questa potrebbe essere perfino una prova del riscaldamento globale. Ogni migliaio di generazioni quelli dotati di sale in zucca emigrano un po' a Nord, asfissiati dall'afa crescente, e creano una nuova civilizzazione in qualche posto dove possano gustarsi una granita prima che il sole la tramuti in banalissimo sciroppo alla fragola.
Il tedesco, dicevo, molto probabilmente ha semplicemente precorso un po' i tempi: magari prima di approdare in Europa centrale se ne stava tranquillo, chessò, nei Balcani o in Padana, ha incocciato un paio di estati più calde del solito, il ventilatore non funzionava e ha deciso di partire col suo popolo verso il profondo Nord. Invece di aspettare il migliaio di generazioni ne ha aspettate una trentina, giunge in Baviera in estate e pensa di aver trovato il paradiso.

Ma poi arriva l'inverno.

Le prime generazioni devono aver sofferto. Ma poi si abituarono, come ci si abitua un po' a tutto, anche a esser chiamati "coglioni", "più bella che intelligente", "toghe rosse politicizzate" e via dicendo. Si adattarono anche fisicamente, corpi longilinei per assorbire più possibile il tenue calore del sole, mani a pala per liberare facilmente le auto dai cumuli di neve, occhi e capelli chiari per mimetizzarsi dai predatori.

L'italiano, erede di una grande civilizzazione ormai tramontata, guarda e sospira, avvolto da dodici strati di lana. Questione di abitudine.

lunedì 15 novembre 2010

Alla fine dell'arcobaleno


In attesa, fra un'ora, di prendere finalmente possesso del luogo che chiamerò casa per i prossimi 10 mesi, sono ancora una volta profugo dall'astromat e dalla cernia. E profugo lo sono davvero, visto la quantità di roba che mi son riportato dall'Italia, nel migliore spirito dell'espatriato, tra pacchi di pasta e sughi e dolci fatti in casa e schiscetta con pappa al pomodoro.

Andando in terra straniera per poco tempo, che so, due settimane, un mese, si tende a tuffarsi entusiasticamente nel cibo e nella tradizione locali, che sia a base di sushi o sauerkraut o di escargot, e a rinnegare seppur temporaneamente la provincialotta provienienza italica, certi che ci sia ad aspettarci, alla fine dell'arcobaleno, una cofana di tagliatelle al ragù con una infinita nevicata di parmigiano grattugiato, e i racconti si faranno pieni di "eh, sì, sushi ottimo, ma la pasta mi mancava troppo..."

Quando invece si ha la prospettiva di una permanenza più lunga all'estero, il gioco si ribalta: si tende il più possibile a ritardare il distacco, ad ammorbidirlo, a renderlo meno traumatico. Ci si rituffa quasi inconsapevolmente nel pensiero di tutto quello che ci lasciamo dietro, e improvvisamente l'italiano diventa una lingua meravigliosa quanto prima era banale e volgare, gli italiani stessi improvvisamente diventano simpatici quanto prima veniva voglia di strozzarli.

Sull'onda dell'emozione per la partenza, ho deciso che non imparerò il tedesco, non mi ci proverò neanche: non faticherò su una lingua difficile, dura, ostica e obiettivamente brutta, per soli 10 mesi di permanenza, ché quando l'hai bene o male imparata sarà già ora di ripartire. Salvo poi incuriosirmi di fronte a queste parole di lunghezza infinita e costrutti strani e cercarli poi sui traduttori online: la Picciula ha scommesso che alla fine un po' di tedesco finirò per studiarlo attivamente. Vedremo, la partita è aperta.

Intanto son qua. Pronto per l'avventura? Non lo so. A volte questi 10 mesi che mi attendono mi spaventano, mi sembrano infiniti, altre volte mi sembrano quasi una passeggiata. E io intanto aspetto e guardo, verso la fine dell'arcobaleno.

sabato 6 novembre 2010

Chi non muore


Ed eccomi qui, dopo quasi tre mesi dall'ultimo post, segno di poche novità nella mia vita, o di poca volontà di trovarne o di crearne, più probabilmente. Qui, in una camera d'albergo della periferia di Monaco di Baviera, a riprogettare la mia vita, segno che di novità, volente o nolente, da qui in poi ve ne saranno parecchie.
Per i prossimi dieci mesi Monaco sarà la mia dimora, il posto che chiamerò casa. Dieci mesi di vita, lavoro, persone, cose, pensieri, parole, opere. Omissioni spero di no, ma nella cattolicissima Baviera il richiamo alla religione era d'obbligo.

Monaco è proprio sul limite tra "è dietro l'angolo" e "in culo al mondo". È alla stessa distanza da Bologna di Napoli, per esempio, ma sembra anni luce più in là. Attraversi tre stati, due lingue, una catena di monti e due pianure, e poi sei arrivato. In aereo non fai in tempo a sederti che il comandante annuncia il sorvolo di Bolzano e l'inizio della discesa verso Monaco; in macchina il tempo scivola via veloce almeno fino a Innsbruck, poi cominci a pensare "ci sono quasi", mentre ci sono ancora più di 150km. E allora diventa più faticoso, vuoi per la guida allucinante dei tedescofoni (tanto ligi alle regole che, anche se in pieno sorpasso, al comparire del segnale di limite di velocità inchiodano istantaneamente), vuoi per i cartelli caotici e pieni di parole di lunghezza infinita con simboli strani ed esotici come ü, ö, ß.

Volare è un'opzione solo se si verificano una o entrambe queste opzioni:
  1. prenoti il volo con almeno 1 mese d'anticipo;
  2. il volo ti viene rimborsato da qualche anima pia.
se nessuna delle due si verifica, tanto vale volare a Sydney: spendi non moltissimo di più, ma ti fai una vacanzona coi controcosi.

Domani inizia la mia ricerca per un appartamento. In realtà è iniziata prima, ma domani ho il primo appartamento da vedere. Chiedere un appartamento ammobiliato, vicino alla metro, che non costi un'enormità a Monaco è impresa davvero ardua. Provate un po' ad indovinare quale di queste tre caratteristiche non ha l'appartamento di domani? Bravi, avete indovinato.

Da oggi There's no life before coffee torna in salsa tedesca, qualcosa del tipo Es gibt kein Leben vor dem Kaffee se volete. Conoscendo il caffè tedesco, comunque, mi sa che la vita qua dovrà cominciare talvolta anche senza caffè.

mercoledì 14 luglio 2010

Dura lex


Avere a che fare con le leggi della fisica e della matematica per troppo tempo tende ad avere un effetto che non so se chiamare "spiacevole": forse la parola più corretta è "imprevisto". Sapere che 3+1 fa 4, nel monoide commutativo (N, +) o che per qualsiasi due oggetti dotati di masse M e m, a distanza R, la loro forza gravitazionale d'attrazione è F= M*m* G /R^2, sempre, è una sensazione di potere indescrivibile. Le leggi sono leggi, nessuna possibilità d'errore, di interpretazione personale: l'individuo non conta niente, tu non conti niente, io non conto niente, quello che conta è quello che è.

Dicevo, l'effetto imprevisto sorge quando si va a considerare le altre "leggi": quelle dell'economia, o della giurisprudenza. Si tende a vederle come sorelle povere, deboli, piene di interpretazioni e di caveat, con la conseguenza o di downgradarle da leggi a suggerimenti, a "sarebbe meglio che", o viceversa di tentare di assolutizzarle, di privarle di qualsiasi margine d'errore: se ad Asheville nel North Carolina è illegale starnutire nelle strade cittadine, allora non si può fare, punto.

Tutto questo solo per dire che di Roman Polanski e della sua condanna per pedofilia non mi importa niente, e non mi importa sapere cosa ne pensi chiunque, davvero. Ognuno avrà una propria idea, che cozzerà clamorosamente con quella del vicino, col risultato che nessuna ha realmente alcun valore, se non per il proprietario. Ditemi semplicemente cosa prevede la legge americana, quella svizzera e quelle internazionali, e mi va bene così.

sabato 12 giugno 2010

Non abbiate paura


Sono acrofobo, aicmofobo, algofobo, atichifobo, aviofobo, (appena appena) amaxofobo, ceraunofobo, coulrofobo, emofobo, ergofobo, fobofobo, gelotofobo, glossofobo, idrofobo, oclofobo, oplofobo, osmofobo, neofobo, nosocomofobo, nosofobo, ofidiofobo, tripanofobo.

Che bello il greco. Quasi non ti fa capire che sostanzialmente sono un cagasotto.

lunedì 24 maggio 2010

Deportivo la tristessa


Ho scarso interesse per lo sport. Di solito mi interessano quelli "puri", come l'atletica leggera o il nuoto, anche se essendo questi dei "contenitori" non tutte le discipline mi interessano allo stesso modo. Fosse per me, nel nuoto, manterrei solo lo stile libero: non capisco perché mantenere altri stili, quando lo scopo è andare più velocemente possibile da A a B e il modo migliore per farlo è appunto lo stile libero. Altrimenti, capovolgendo il ragionamento, perché mantenere solo quattro stili? E perché proprio quei quattro? Non potremmo aggiungere, che so, lo stile a un braccio solo, oppure lo stile cagnolino? Parimenti, nell'atletica leggera, abolirei senza piangerci sopra il salto con l'asta, l'orribile e ridicolo salto triplo e anche i 3000 siepi: siamo in una pista d'atletica, mica in un giardino botanico.

Per quanto riguarda i giochi, non credo che riuscirei a definire perché uno mi piace e l'altro no. Ad esempio non mi piacciono la pallavolo e il basket, perché a differenza di altri sport richiedono prerogative fisiche non sviluppabili volontariamente (devi essere alto, e se non lo sei non puoi allenarti per diventarlo). La pallanuoto non richiede queste prerogative, ma lo trovo uno sport lento e davvero poco spettacolare. Il football americano, al contrario, richiede fisici fuori dal comune ma mi piace perché è uno sport estremamente tecnico e molto spettacolare. Anche il baseball è molto tecnico e pieno di regole, ma mi appassiona come guardare un muro verniciato che si asciuga.

Il calcio è un capitolo a parte. Da una parte è uno sport elegante e non richiede fisici impossibili, ma dall'altra parte può essere davvero noioso. Il problema però è un altro. Il problema è proprio il suo essere un "capitolo a parte".

Ieri sono andato a prendere una pizza dal mio pizzaiolo di fiducia, un interista sfegatato. Di solito ha una tv sempre accesa sul calcio: ieri si stavano rivedendo la finale di Champions League, e il locale era pieno di interisti che urlavano, cantavano, piangevano e sventolavano bandiere. C'era un tipo coi capelli tinti di blu e nero che ogni dieci minuti urlava "Siamo campioni d'Europa, ve ne rendente conto? Dobbiamo urlare!!"

"Siamo"? Cosa vuol dire "siamo"? Hai giocato tu? Eri in campo? Sei un dirigente? Cosa te ne viene, perché devi renderti ridicolo in questa maniera?
Aspettando il mio turno mi sono sentito in imbarazzo per lui, e per tutta questa gente, che proiettano le loro vite grigie sulle prodezze sportive di venti persone che non hanno mai visto, con cui non hanno mai parlato, che vivono a 300 km di distanza e appartengono a gruppi socio-economici distanti anni luce. Ero l'unico in quel locale che non fosse ipnotizzato dal televisore, ma non avevo molti altri posti su cui posare lo sguardo.

Forse in realtà non è il calcio che mi irrita. E' il tifo, e solo per accidente capita che in Europa tifo e calcio si sovrappongano in larga parte.
La prossima volta la pizza, comunque, me la faccio portare a casa.

lunedì 17 maggio 2010

Regime (ipocalorico)


Che siamo vittime di un regime, questo lo si sa da tempo. Non c'è scelta, non ci sono possibilità, non c'è veramente il libero arbitrio.

Alcune volte è un bene: il fatto di poter votare solo esseri umani ci preserva dalla possibilità di scegliere un montone alla Presidenza del Consiglio. Anche se, ora che mi ci fate pensare, non sono sicuro che un montone non sia davvero alla Presidenza del Consiglio. E sono sicuro che nella Costituzione Italiana non ci sia il riferimento esplicito all'essere umano. E neanche nel codice civile: si è arrivati al paradosso che potremmo sposarci un furetto, purché del sesso opposto, ma non un essere umano dello stesso sesso. Ma sto divagando.

Altre volte è la libertà di scelta a esser deleteria: non si capisce altrimenti come definire il tortellino con la panna, o i jeans infilati dentro gli stivali, o Hanna Montana. Jabès disse una volta:

Che differenza corre tra scegliere ed essere scelto quando non possiamo fare altro che sottometterci alla scelta?

Nonostante la palese incongruenza sintattica, e la conseguente completa mancanza di senso (la differenza c'è e come: se scelgo non mi sottometto alla scelta, sono io che la sottometto), Jabès ha avuto la libertà di dire questa frase. Non sono completamente sicuro che sia stato un bene per l'umanità, o anche solo per lui, ma per il momento lasciamo correre.

Non so cosa sia la libertà. Di certo libertà non è partecipazione: se sono libero, devo anche essere libero anche di non partecipare (facoltà di cui mi avvalgo più che volentieri).

Per ora, la definizione di libertà che più mi trova d'accordo è questa:

Libertà è poter trovare al supermercato succo d'arance rosse non zuccherato, e non solo succo d'arance bionde non zuccherato o succo d'arance rosse zuccherato.

Regime. Regime.

mercoledì 24 marzo 2010

La valigia di cartone


C'era una volta un mondo diverso, un mondo fatto di emigranti con la valigia di cartone che prendevano il mare e via, a lavorare in un paese straniero per mesi, anni, senza avere la possibilità di parlare con i propri cari se non per lettera, magari facendosela leggere perché analfabeti. Tali famiglie sopravvivevano, si ricongiungevano e la vita continuava.

Penso a questo, e alla sensazione di straniamento e di solitudine che provo ora, dopo una sola settimana di vita da solo, nonostante la mia Picciula non sia in Australia ma a Brescia, che la sento e la vedo sempre via skype e al telefono, e penso a quante palle avevano quelli di cent'anni fa, rispetto a noi ora. Ma non riesco comunque a togliermi dalla mente la sensazione che ogni sera passata senza di lei sia... sprecata.

giovedì 28 gennaio 2010

Meglio altra frutta


Ora che Steve Jobs ha presentato l'ultima creatura di casa Apple, l'iPad, posso spendere qualche parola sul mio atavico odio per la mela morsicata, perché questo aggeggio riassume in sé praticamente tutto.

In pratica, l'iPad è una via di mezzo tra l'iPhone e un netbook. Dell'iPhone ha il sistema operativo, l'aspetto, l'interfaccia multitouch, ma non telefona. Quindi il mercato degli smartphone è precluso, visto che non fa la cosa essenziale.
Dall'altra parte, del netbook ha le dimensioni (10"), il processore, ma nessuna porta USB né Firewire né Ethernet, e sopratutto, che dio li strafulmini, non ha il multitasking. Per chi non mastica pane e tecnologia, il multitasking è l'abilità di poter aprire più applicazioni contemporaneamente, cosa che i computer fanno da decenni. Questo, no. Vuoi sentire la musica? Puoi fare solo quello. Vuoi aprire internet? Devi chiudere la musica e aprire il browser. Magari nel frattempo vuoi chattare? Non puoi, devi chiudere internet e aprire la chat. Roba che il piccolissimo netbook della mia picciula, con un infimo processore Atom può fare tranquillamente a occhi chiusi e all'incontrario.

E tutto questo al modico prezzo di 800$, che è il doppio del prezzo sia di uno smartphone che di un netbook. Dire che tutto questo è assurdo è dire poco.

Apple è proprio questo: un'azienda che produce oggetti lungi dall'essere rivoluzionari (l'iPod non è il primo lettore mp3 della storia, come sento dire: il primo è della Saehan, circa 1998. Il Nomad della Creative, il primo ad avere grandissimo successo - ce l'ho anche io - è del 2000, un anno prima dell'iPod), con moltissime caratteristiche importanti che mancano. rimpiazzate dalla coolness dell'apparato esterno e dal marketing. La gente comprerà lo stesso questo aborto di iPad, anche se non serve sostanzialmente a niente. È l'apoteosi del consumismo sfrenato, del "compro perché è fico" e non del "compro perché funziona bene".

martedì 26 gennaio 2010

Definizioni


Mi attirerò un sacco di improperi con questa, ma pazienza, devo dire quel che penso.

Nonostante quello che dicono su facebook, la sindrome di Down È una malattia. È la presenza di un cromosoma in più che scombussola un po' le carte all'organismo. Può essere diagnosticata, può essere trattata nei suoi sintomi, non può essere curata.

Dicendo che la sindrome di Down è una malattia, non si dice mica che i malati non sono esseri umani, che non hanno bisogno di amore. Non vedo quale sia lo scandalo, o l'offesa, nel dire che la sindrome di Down è una malattia. Negare con forza qualcosa non rende quel qualcosa meno vero.

Non è la definizione che va cambiata. È l'atteggiamento delle persone nei confronti della malattia, di TUTTE le malattie, specie quelle che colpiscono le funzioni cerebrali. È l'atteggiamento del mondo, che deve mettere in condizioni i down, ma anche i menomati fisicamente, di vivere normalmente senza atteggiamenti paternalistici o, al contrario, negando la loro diversità. A Bologna una persona in carrozzella, ad esempio, ha una vita ben dura. Cosa serve negare la loro diversità? A niente. Quel che serve è creare autobus che abbiano il montacarichi e sufficiente spazio per una carrozzella, serve togliere i gradini nei palazzi pubblici.

Diteci cosa serve ai down, non che non sono malati.

venerdì 8 gennaio 2010

Se io fossi capo del mondo


Se io fossi capo del mondo, ecco una lista (incompleta) delle cose che cambierei:
  • toglierei i generi di prima necessità dal libero mercato. Cose come la casa e il cibo innanzitutto (ma poi si possono allargare ad altri campi) devono avere un prezzo stabilito dallo Stato. Non ha senso che, in tempi in cui gli stipendi diminuiscono e il lavoro non si trova, il prezzo di una casa decente voli ampiamente sopra i 2000€ al metro quadro, e cresca in continuazione. Di questo passo nessun giovane, senza aiuti esterni, potrebbe permettersela, e che fa, va a vivere sotto i ponti?
  • uniformerei la legislazione di tutto il mondo. Non ha senso che un crimine in Italia non lo sia in Svizzera, o che il costo del lavoro in Cina è talmente più basso che le aziende occidentali vanno là a produrre. Se le leggi fossero uguali ovunque, un'azienda occidentale non avrebbe nessun vantaggio ad andare a 10000km di distanza, anzi.
  • abolirei la Borsa valori. O meglio, la riformerei MOLTO profondamente. Non ha senso che le azioni di un'azienda salgano o scendano secondo voci di un malore del proprietario, o dicerie sull'uscita di un nuovo prodotto. Le azioni di una società dovrebbero essere scambiabili solo a intervalli predefiniti, che so, ogni tre mesi dopo la presentazione del trimestrale di cassa, così uno può decidere cosa fare dopo avere dati concreti in mano. È un modo per fondare la crescita delle società su fatti, e non su speculazioni.
  • abolirei gli interessi. Fare soldi solo per il fatto di avere soldi è un abominio che grida vendetta dal cielo.
  • abolirei l'inflazione. Non c'è nessuna legge fisica che prescriva l'inflazione (oddio, una ce n'è ma riguarda un campo piuttosto diverso) e quindi non sta scritto da nessuna parte che debba esistere. È una invenzione dell'uomo, di chi per ingordigia aumenta i prezzi in continuazione.
  • mi piacerebbe vietare la produzione e vendita delle armi, ma non credo sia fattibile.
  • farei rispettare le regole. Tutte. Non è un'utopia, da qualche parte pare che succeda, quindi un modo ci dev'essere.
  • abolirei i partiti. Sostituendoli con cosa? Non lo so, ci devo ancora pensare. Il problema è che non credo (più) nella democrazia. La democrazia è il potere del popolo, ma che ne sa il popolo di cosa serve davvero allo stato? Tra due partiti, uno che mi dice che abbasserà le tasse, l'altro che le alzerà, è ovvio che attira di più il primo. Ma siamo sicuri che sarà un bene per il Paese? O chi mi assicura che quello che un partito fa in questa legislatura non sia disfatto dall'altro partito nella prossima legislatura? Andando avanti così non si combina niente.
  • proibirei alle compagnie private di fare più cose possibile. Sicuramente impedirei loro di commerciare nel campo della sicurezza: qual è il modo migliore per incrementare le vendite di dispositivi di sicurezza? Fomentare il crimine, mi pare ovvio. Proibirei loro di avventurarsi nelle comunicazioni e nei servizi: che facciamo, creiamo 10 reti ferroviarie diverse per 10 compagnie? O sbuchiamo il sottosuolo per posare 10 diverse reti di cavi a fibra ottica per 10 ADSL diverse? O facciamo 10 acquedotti diversi? Che senso ha? Tutte queste cose dovrebbero essere di esclusiva competenza dello Stato.
  • collegata alla precedente, proibizione della pubblicità. Sono solo anestetici della mente. Il mondo funzionerebbe come dovrebbe funzionare, compri una cosa a caso e se non ti piace non la ricompri più. Obbligo per i commercianti di rifondere i soldi se l'acquisto non va bene (ora non lo fa più nessuno, o ti danno un buono equivalente da spendere in altro o, più prosaicamente, ti mandano a cacare).
  • le tasse le pagherebbero TUTTI. Come? Abolendo i contanti, che non sono tracciabili. Io abolirei tout court il denaro, ma mi dicono dalla regia che non sarebbe molto fattibile.
  • sarei tentato dall'abolire le religioni, ma non so quanto successo avrei. Mi limiterei a far pagare a tutte le tasse come qualsiasi altra impresa, poi vediamo quante ne rimarrebbero.
  • verserei stipendi proporzionali all'importanza etica del lavoro. Un calciatore prenderebbe lo stipendio minimo, un dottore quello massimo. Chi decide l'importanza etica di un lavoro? Io, naturalmente. Sono o non sono il capo del mondo?

mercoledì 6 gennaio 2010

Decennium bug


Stavo guardando dei filmati dell'11 settembre e mi era venuto in mente di fare un consuntivo di fine decennio.

Poi però mi sono ricordato che il decennio finisce alla fine del 2010 e non del 2009.

Quindi, appuntamento rimandato di un anno.