Neil Sedaka cantava "Oh Carol" quando aveva vent'anni esatti.
Paul Anka si disperava per Diana a sedici anni.
Il povero Ritchie Valens se n'è andato a diciotto anni, nel "giorno in cui la musica morì", insieme al
ventitreenne Buddy Holly.
Io dico che avevano tutti più di quarant'anni e avevano mentito sull'età per evitare di andare in guerra. O forse c'era stata un'epidemia di progeria.
giovedì 31 maggio 2012
mercoledì 22 febbraio 2012
lunedì 23 gennaio 2012
Viviamo in tempi difficili
In tempi come questi, questo tipo di pubblicità che ogni tanto mi compare sulla pagina Facebook mi fa pensare un po'.
ciarlando di
bonjour tristesse,
intrappolato nella rete
giovedì 15 dicembre 2011
Spin-off, stagione 14
martedì 13 dicembre 2011
Aging neuromancer
Sai come si capisce che uno sta invecchiando? Non sono gli acciacchi, non è il fiatone che ti arriva quando fai una rampa di scale, ché quella ce l'hai sempre avuta perché non ti muovi mai e fumi 10 sigarette al giorno; non è neanche il divenire più amari o al contrario più accomodanti, quella è semplicemente evoluzione, non necessariamente negativa o positiva.
Si capisce che si sta invecchiando quando, qualsiasi persona incontri o vedi per strada, pensi "ma io quello l'ho già visto da qualche parte". Il tuo cervello non ne può già più delle informazioni che assorbe da una vita dal mondo esterno, e invece di creare nuove caselle di memoria per le nuove facce, riutilizza quelle vecchie. O forse "non sono gli anni, tesoro, sono i kilometri".
Tutto questo da un lato è preoccupante (sto esaurendo i GByte a disposizione e purtroppo non hanno ancora inventato le chiavette USB neurali), dall'altro ho un'ottima fonte di materiale per la mia rubrica Spin-off. Anche se nel cambio dubito di averci guadagnato.
mercoledì 7 dicembre 2011
I nazisti dell'Illinois, fase 5
I nazisti dell'Illinois nacque come recensione preventiva di film blockbuster-spaccatimpani-peròammazzacheeffettispeciali che tutti aspettano e osannano prima ancora di aver visto. Ciò non esclude, però, che possa venir usata anche contro (contro, eh, mica per) altri generi di film.
Ecco appunto, generi. Sarà un certo grado di compartimentalizzazione (troppo fica sta parola, so neanche se esiste) del cervello umano, ché uno va a vedere un film perché è un film romantico, in costume, di fantascienza, con le tette di fuori, con Hugh Grant (che è un genere a sé). Poco importa chi l'ha diretto o da che novella è tratto, uno di solito va al cinema a vedere un chick flick, o un film d'azione (questi ultimi di solito si riconoscono dal titolo fatto da due parole, nome e aggettivo, tipo Impatto imminente) o poliziesco-thriller (che invece hanno titoli di tre parole, nome-preposizione-nome, Ipotesi di complotto o Colpevole d'innocenza). Così uno normale legge sul giornale Melancholia - che essendo titolo di una sola parola non può essere né d'azione né thriller - le prime righe delle della cui descrizione sono "il pianeta Melancholia è in rotta di collisione verso la Terra..." e l'appassionato di fantascienza corre direttamente al cinema senza leggere oltre, aspettandosi un bell'Armageddon magari stile retrò, coi razzi di metallo lucido appesi a fili che ballonzolano in un Universo di velluto nero.
Ciò che non sa, l'appassionato di fantascienza, perché non si è preso la briga di leggere la recensione fino in fondo, è che di fantascienza in Melancholia non ce n'è. I protagonisti, durante le due ore del film, sono oppressi dall'ansia del pianeta che è in arrivo ma tanto sto pianeta non si vede mai, non se ne parla mai: l'ansia dei personaggi potrebbe tranquillamente derivare da un dolorino sotto l'orecchio, la rata del mutuo, la figlia che va al ballo della scuola con un tizio noto come "l'inseminatore", la crisi del debito, la recessione, le cavallette. Ci sarà l'incomunicabilità, ci saranno comportamenti "lunatici" nel senso più letterale del termine, ci sarà il fastidio di vivere a cui Lars von Trier - il regista, visto che l'appassionato di fantascienza prima di andare al cinema non si è preso la briga di leggere - ci ha abituati.
Quasi è un peccato che i set non siano disegnati col gesso per terra come in Dogville, sempre di von Trier. In confronto, quella sì che era fantascienza.
ciarlando di
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giovedì 21 luglio 2011
I nazisti dell'Illinois, fase 4
A grande richiesta nazional-popolare torna la nostra rubrica I nazisti dell'Illinois, dedicata alla recensione di film che non ho visto. Il film di oggi tanto nazional-popolare non è, e devo essere sincero, un po' mi piange il cuore, perché se un film finisce su I nazisti dell'Illinois, una recensione positiva non è probabile. Dicevo, il film di oggi è The tree of life, di Terrence Malick.
Sostanzialmente The tree of life è la storia di una famiglia americana, nascite, amori, lutti. Babbo cattivo e mamma buona. Praticamente una telenovela, solo che Dallas passa per robaccia e The tree of life per capolavoro. Perché? Semplice. La voce off.
La voce off per un cinematografaro è come l'edera per un architetto. Fa figo e non impegna, cela la magagna, e innalza di due tacche il tono. In realtà c'è anche un'altra cosa che copre le magagne per un cinematografaro, cioè le tette. Così almeno dicono. Io personalmente ritengo che se un film non ha tette né astronavi non valga la pena di esser visto, ma that's just me. Chissà se ci sono tette in questo film. O astronavi. Non avendolo visto, non saprei. Certo che però, essendoci in The tree of life dinosauri, supernovae, il big bang, non mi sorprenderebbe affatto ci fosse anche qualche astronave. Al limite anche qualche tetta. Ma whatever.
The tree of life è un discorso allegorico panuniversale sul rapporto uomo-natura, sul cosmo, su fato, destino e libertà individuale, sull'Esistenza e il Singolo, Possibilità, Angoscia e Disperazione, Alfa e Omega, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri e Picchi, Harpo, Chico e Zeppo (Groucho compare solo nel prefinale), An, Ghin, Gò, tre civette sul comò. Ed è proprio alle tre civette sul comò che è dedicata la sequenza più emozionante e magistrale, quando su un fondale completamente nero, anche l'audio si azzera, il film si ferma, e anche il proiezionista va a farsi una canna nel vicolo dietro il cinema.
The tree of life è la risposta alla domanda: "Quanta corda posso tirare, prima che la corda si spezzi e anche l'ultimo dei critici si chieda «ma che cacchio era quello?»"
Un consiglio personale a Malick, e a qualunque altro si voglia cimentare nella settima arte. Non fate dire mai, MAI, a nessun personaggio dei vostri film la domanda: "Ti fidi di me?" Noi ci siamo fidati di Lost, in cui la dicevano tre volte a puntata, e guarda dove ce la siamo presa. No, Terrence, non ci fidiamo.
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